January, 2015

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ABBAIARE ALLA LUNA NON SERVE A NIENTE E ALLA LUNGA STANCA

Le cose vanno dette chiaramente, anche quando possono apparire dure. Il silenzio sarebbe infatti colpevole e autolesionista non certo un segnale di rispetto delle idee politiche altrui.

Va allora affermato con forza che l’iniziativa del referendum regionale per l’indipendenza del Veneto secondo quanto previsto dalla legge regionale 16/2014 è una questione che purtroppo ha perso la connotazione di serietà. Sono stati fatti purtroppo diversi, volontari e gravi errori, sia per il finanziamento esorbitante previsto per la consultazione sia per la modalità di conferimento delle somme da parte dei privati, con una colpevole inerzia della Giunta regionale presieduta da Zaia che di fatto non ha attuato la legge. Ora essa risulta monca e al di là delle motivazioni di propaganda elettorale non risulta di alcuna utilità portare avanti nuove iniziative, che, per quanto simpatiche, risultano di effetto pratico nullo, se non addirittura negativo per la dispersione di energie a vuoto, in un continuo e vano abbaiare alla luna, operazione in cui in particolare gli avvocati impegnati in campo indipendentista paiono dedicarsi con particolare dedizione, forse pensando di vivere sempre in un’aula di tribunale, dove ci sono solo giudici e imputati, e dove il confine tra una causa vinta e una causa persa è labile e giustificato dal diritto ad un giusto processo per tutti. In politica invece conta vincere e per vincere bisogna avere un progetto concreto, che oggi non si scorge dalle parti degli agit prop della legge regionale 16/2014.

morosinAnche il proposito manifestato da alcuni, in particolare dal gruppo di indipendenza veneta di Alessio Morosin, di riproporre un’iniziativa referendaria dopo che la prima venisse bocciata dalla corte costituzionale il prossimo 28 aprile – cosa che pare arduo anche per un cieco oggi sperare non avvenga – pare all’insegna dell’inutilità ripetuta e conclamata che automanifesta la propria impotenza.

Ma come? Se lo stato si arrogasse il diritto di impedire ai cittadini veneti di esprimere per la seconda volta la propria opinione in un legittimo referendum per l’indipendenza del Veneto, che senso avrebbe tentare di rifare un referendum già bocciato in modo offensivo dei più basilari diritti umani?

Non si possono continuare a prendere in giro i veneti, anche se si crede di possedere doti di oratore e si pretende di incarnare l’ideale indipendentista.

È chiaro infatti che a quel punto, visto il diritto negato, resta invece aperta solo la strada di una conferma di dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte della Regione. Per la qual cosa serve un mandato popolare elettorale, mandato che ad esempio Veneto Sì ha già dichiarato di voler chiedere esplicitamente agli elettori veneti.

Appare anche evidente una incapacità e nescienza tecnica, perché, a quanto si legge dai primi contenuti pubblicati, non si comprende nemmeno il funzionamento della macchina burocratica amministrativa. Come se non fosse bastata la lezione catalana, dove persino la Generalitat guidata da Artur Mas, pur dimostrando un coraggio istituzionale che uno Zaia si sogna, si è piegata di fronte al niet di Madrid, ripiegando dall’organizzazione di un referendum istituzionale il 9 novembre 2014 a uno di ispirazione civica, proprio come avevamo già fatto noi veneti dal 16 al 21 marzo 2014, grazie all’azione di Plebiscito.eu.

 

LA COPERTA POLITICA ITALIANA È CORTA, STRAPPATA E PIENI DI BUCHI

soleIl Patto del Nazareno e il possibile Partito della Nazione – novella Democrazia Cristiana in chiave “moderna” – che appare all’orizzonte implica un nuovo assetto politico per il governo dell’Italia. L’accordo Renzi-Berlusconi li rende mutuamente dipendenti l’uno dall’altro.
A sinistra si è aperto uno spazio e gli orfani del PD (e del PCI) ora inseguono i sogni di Syriza e di Podemos. Da quest’altra parte ci sono Salvini e Grillo. E così appare completato il quadro dell’Italia prossima futura. Peccato però che la coperta sembri già corta prima ancora di essere posizionata sul letto dove dorme un quasi-cadavere, costituito dal blocco sociale, dove la classe media ed impreditoriale appare confusa.
Ieri il Sole 24 Ore mostrava come il cuore industriale dell’Europa è rappresentato dalla Germania e dal Lombardo-Veneto, dove, tra Modena, Treviso, Vicenza, Brescia, Bergamo e la Brianza, si trovano 6 delle prime 10 province industriali europee. Proprio dove l’altro ieri, senza colpo ferire, il Governo del Partito della Nazione ha infierito cancellando l’esperienza delle Banche Popolari e la loro forma di governance in modo da potersi mangiare anche gli unici residui strumenti economico-finanziari che erano rimasti nel territorio e che avevano permesso – dal punto di vista finanziario – proprio al cuore pulsante dell’industria europea di svilupparsi.
Non si capisce bene insomma quale sia il modello che intendano adottare i nuovi demiurghi di una rinata Democrazia Cristiana, oggi Patto del Nazareno e domani forse Partito della Nazione, oltre all’eterno andreottiano “tirare a campare”, di cui il renziamo “carpe diem” è un’involontaria riedizione in chiave ignorante.
Né d’altro canto, guardando alle altre parti del quadro politico italiano, si comprende come pensino di svilupparsi.
Appare infatti un po’ difficile pensare che D’Alema, Civati, Bersani, Cofferati, Letta (Enrico), o Franceschini possano emulare Alexis Tsipras in Grecia e Pablo Iglesias in Spagna.
Dall’altra parte abbiamo invece Salvini e Grillo, che anche sommati non valgono una Marine Le Pen, o un Nigel Farage, sempre per trarre ispirazione da leader e movimenti che in Europa hanno saputo ricavarsi un discreto successo sull’onda dell’antieuropeismo (il che appare quasi un paradosso politico).
coperta-cortaLa coperta politica italiana – oltreché essere sporcata irrimediabilmente dalla corruzione endemica, strappata e bucata da un debito pubblico insostenibile – appare anche un po’ corta e stretta tra la mancanza di leadeship (che non è solo costituita dalla capacità di fare battute in tv, ma anche da un minimo di cultura politica, di conoscenze e capacità e di valore morale ed umano) e la generale lacuna del quadro d’insieme, che non può che essere screditato dalla continua presenza di surrogati e goffi tentativi di imitazione di ciò che nasce all’estero.
c_veneto-2Gli effetti collaterali immediati saranno probabilmente l’impennata del tasso di astensione e la nascita di nuovi movimenti di base e popolari che possano scardinare il sistema marcio e irriformabile della partitocrazia italiana.
Il primo test probabilmente si avrà nel Veneto, dove gli indipendentisti, in particolare grazie alla nascita di Plebiscito.eu che ha saputo attirare su di sé l’attenzione dei media di mezzo mondo, sembrano voler fare proprio tale ruolo. Lo vedremo presto.

News from Veneto

IL TRASFERIMENTO DEL MAGISTRATO ROBLEDO, AMICO DELLA PIOVRA LEGHISTA, RIVELA IL SISTEMA DI POTERE MAFIOSO VERDE PADANO E MOLTO ITALIANO

yalta

La notizia è passata quasi inosservata. Oggi è stato trasferito da Milano a Venezia un magistrato, Alfredo Robledo, che avrebbe favorito Bossi e la Lega Nord (oggi guidata da Salvini) nel sottrarsi alle indagini pericolose che la riguardavano. Le notizie (sotto riportiamo l’Ansa) vedono una soffiata di Robledo all’avvocato delle lega Aiello. Anche qui la richiesta di archiviazione sul sospetto reato di “rivelazione di segreti di ufficio” viene dal solito pm Salomone di Brescia, al centro anche dell’indagine-farlocca contro i 24 venetisti arrestati il 2 aprile 2014 e poi rilasciati dopo due settimane di vergognosa e inutile detenzione.

La piovra simil-mafiosa nella gestione del potere in salsa lega viene fuori in tutto il suo marcio, con una connessione tra il mondo della magistratura e la copertura della corruzione, come già non bastasse il controllo del sistema degli appalti di cui il Mose è solo la punta dell’iceberg.

Oggi si capisce bene perché Salvini e Zaia hanno tradito ad esempio i veneti, abbandonando la linea indipendentista, anzi tentando di soffocare e cavalcare l’azione messa in atto da Plebiscito.eu, che dal 16 al 21 marzo 2014 organizzò il referendum di indipendenza del Veneto, richiamando i media di tutto il mondo.

Preoccupa quindi ora che questo Robledo arrivi proprio a Venezia, proprio prima delle delicate elezioni regionali del 17 maggio 2015, dove si gioca una partita importante per l’indipendenza del Veneto.

Pg Cassazione,Robledo avvantaggio’ Lega, danni per Pd e altri

(ANSA) – ROMA, 20 GEN – In particolare, secondo il Pg, nel procedimento che riguardava Bossi padre e figlio e Belsito, Robledo avrebbe suggerito o addirittura quasi dettato a Aiello – che aveva saputo dell’imminente pubblicazione da parte dell’Espresso di un servizio sull’indagine – un’istanza con cui ottenere copia di una consulenza non nota ancora agli indagati. E quando l’istanza venne respinta, il pm milanese conversando con l’avvocato avrebbe fatto ricadere la responsabilita’ della decisione su altri magistrati del suo ufficio, a partire dal procuratore Edmondo Bruti Liberati. Un comportamento valutato da Ciani come gravemente scorretto nei confronti dei colleghi. Per quanto riguarda invece l’inchiesta sugli indebiti rimborsi percepiti da consiglieri regionali, Robledo avrebbe violato il dovere di riservatezza con piu’ comportamenti: anche rivelando a Aiello quali fossero gli indizi a carico degli indagati o annunciandogli in un’occasione (era il 18 dicembre 2012) che il giorno dopo sarebbero finiti sotto inchiesta altri 7-8 consiglieri regionali. Il tutto pur essendo cosciente che l’avvocato aveva un filo diretto con i vertici della Lega Nord e che dunque avrebbe rivelato loro tutto. (ANSA).

FH 20-GEN-15 17:33

Don Chisciotte della Mancia contro la Corte Costituzionale


Elogio-del-masochismo-1Forse per spiegare ai cittadini veneti, indipendentisti e non, il paradosso della legge regionale 16/2014 impugnata dal governo italiano presso la corte costituzionale, che si pronuncerà in merito il 28 aprile 2015, più che tanta teoria serve un esempio calcistico.

In una partita puoi avere diversi obiettivi. Se giochi in trasferta, puoi accontentarti di pareggiare, magari segnando anche un goal, confidando poi di vincere in casa.

Pensare invece di andare in trasferta per perdere e poi lamentarti dell’arbitraggio è una strategia destinata a sicura sconfitta.

Per tale ragione non comprendiamo come alcuni pensino di andare a giocare una partita per l’indipendenza del Veneto in un campo con una tifoseria violenta e nemica, con l’arbitro venduto e senza pubblico al seguito pensando di ottenerne qualcosa.

Certo, qualcuno può ritenere utile dopo essere stato massacrato per 4-0, magari con qualche espulsione, di lamentarsi dell’arbitro. Perché questo sarebbe il risultato di una partita dell’indipedentismo veneto presso la corte costituzionale italiana.

Ma a cosa serve? Quali risultati concreti porta un tale atteggiamento, se non la sublimazione della propria assoluta incapacità strategica?

Se c’è un ambito di forza del processo di indipendenza del Veneto è che esso è per natura di carattere internazionale.

La prima accortezza strategica è quella di evitare al proprio “esercito” una sconfitta certa.

Allora non facciamoci massacrare in un ambito costituzionale, dove la sconfitta è sicura e che rappresenta palesemente un ambito indebito per giudicare il diritto di autodeterminazione del Popolo Veneto: piuttosto rinunciamo alla partita truccata e perdiamola per 2-0 a tavolino, almeno non aumentiamo il morale ai nostri avversari e non sminuiamo il percorso di diritto internazionale.

Andare a presenziare a Roma alla corte costituzionale, anche solo per dire loro che sono incompetenti a giudicare, significa soffrire di un complesso di inferiorità e riconoscere il sopruso loro e del governo italiano. Solo alcuni avvocati italiani palesemente prigionieri degli interessi di casta che li legano a una corporazione italiana contraria agli interessi del Veneto possono fare un errore di gravità concettuale inaudita.

Il percorso istituzionale non deve diventare la scusa per processi che sono ontologicamente autolesionistici e masochisti.

Allora, se è chiaro a tutti che il signor Luca Zaia non ha alcun interesse a portare avanti un percorso per l’indipendenza del Veneto se non per mero calcolo elettorale, lasciamolo andare al massacro, da solo. Non prestiamogli il destro, aiutandolo anche in sede dottrinale con interventi di supporto che risulteranno squalificanti per tutti.

Il diritto di autodeterminazione, in quanto diritto internazionale, è diritto di fatto. Allora promuoviamo tutti assieme un percorso fattivo e non supplichevole di indipendenza, basato sulla sovranità popolare.

Anche perché, in fin dei conti, su base privatistica i cittadini veneti, come poi i catalani, si sono già espressi in grande maggioranza per la propria indipendenza.

Trasformiamo allora le prossime elezioni regionali come un nuovo plebiscito di fatto verso chi ha intrapreso un percorso fattivo di indipendenza. Senza autogoal clamorosi.

Inside Venice’s Secession Movement

Fonte: mises.org

[Editor’s Note: In a follow-up to his remarks in the international media about the Venetian secession movement,Paolo Bernardini wrote: “As a political realist well in line with Mises … Rothbard, Hoppe, and the Italian libertarians Carlo Lottieri, Marco Bassani, and Alessandro Vitale, I envisage a (near) future world of small states, free to interact in a global, free market.” Prof. Bernardini spoke with us further about the secession movement and what comes next in Italy and Europe.]

venice-12Mises Institute: How did you become involved with this movement?

Paolo Bernardini: I moved to Veneto, to the city of Padova (Padua), in 2001, as director of the Boston University Center for Italian Studies, a job I held until 2009. Over the course of eight years, I got involved with the local separatist movements, and at the same time I developed a strong interest in the libertarian and classical-liberal thought. So, now that I teach in Como, Lombardy, I envisage a similar future for Lombardy as well. In a certain sense, mine is a cold-blooded, economically-oriented separatism that I might well endorse/apply elsewhere, from New Hampshire to Catalonia. Of course, I also developed a love for the Veneto territory, people, and traditions. I spend most of my time in Venice, when I am free from work. I do not believe in “ethnic” nationalism as a primary factor for the establishment of new states that are also strong economies and globally oriented.

MI: Were you pleased with the outcome of the referendum? What do you say to your critics who say it was not a fair or properly-held election?

PB: Of course I was and am pleased with the outcome of the referendum. Now, the certification of the votes is ongoing, but it is a complex process that might involve some more months. It was a fair and properly-held election, only, it did not originate from any public source, contrary to what is going to happen in Scotland, on September 14th, and in Catalonia, on November 9th. It is a genuine expression of a people, and of a spontaneous committee who freely organized the referendum, so, in a way, it is a quintessential expression of sheer democracy. Moreover, the use of an electronic vote for political purposes of this scope is historically unique. Gianluca Busato, the leader of the separatist movement, and an engineer, deserves a mention inWIRED! for his skill in making it all work smoothly. Sardinia, Sicily, and Friuli have borrowed our know-how and are organizing similar referenda.

According to international law, the right of self-determination is sacred, but there might be several ways to exercise this right, and, to make the existence of the will of a people to secede public and internationally acknowledged, is a first step.

Within other separatist movements, such as “Indipendenza Veneta,” however, leaders are in favor of a “public” referendum, i.e., a referendum organized by the Regional Council, as is going to happen in Scotland and Catalonia. However, while the British do not have — thank God — a constitution, both in Spain and in Italy the respective constitutions forbid the separation of territories. This does not mean that peoples are deprived of freedom.

Ideally, international law is a source of law superior to any constitution. A fortiori, natural law is such. Jefferson was so right in stating that constitutions have to be binding for one generation only! And for “generation” he meant 19 years! Peoples, and a fortiori, individuals, are live entities, cannot and may not be bound to dead letters.

MI: What are the ideological origins of this movement and who else has been involved?

PB: Plebiscito.eu (the organizer of the referendum) has a very strong classical-liberal component, but there are also other components. For instance, economists such as Lodovico Pizzati, now at California State, Los Angeles, are in favor of the EU, and also of the Euro. But ideology, in a way, is less important than the final goal we set for ourselves: independence. When independent, Veneto will be a democracy and as such there will be competing parties trying to rule over the new state; many, including myself, envisage the creation of a Venetian Libertarian Party, for social-democracy in several garbs will try to gain power. Certainly, taxation will be lower than under Italian rule, whatever party will rule. Italy is a fiscal hell, no wonder that it is traditionally in the lower ranks of the Index of Economic Freedom.

MI: What are the prospects for victory for secession?

PB: I think that our prospects for victory are strong. A number of factors will play a positive role in the near future, I would say, from now to the end of the year.

  1. The Italian economic crisis will get worse. We are already witnessing the closure of thousands of businesses in Veneto (yesterday, Ideal Standard, a major company in toilet ceramics, laid off 450 employees); entrepreneurs kill themselves in the hundreds; young people migrate; unemployment reached terrible peaks; Italy is turning into a nightmare.
  2. Our votes, those of the referendum, will be properly certified, by an ad hoc committee. The certified results will be presented to the International authorities, organizations, etc.
  3. Scotland and Catalonia will have their separatist referendum. In the case of Scotland, now polls say that the “no” and “yes” are almost even. In the case of a victory of the “yes,” this will give an incredibly strong impulse to our movement. In Catalonia, the “yes” party is traditionally in the majority.
  4. The EU is in a great crisis, as it will be made clear by the forthcoming EU Parliament elections. The EU might have all the possible interest in keeping rich new states in the Euro-zone (as a libertarian, I am not pro-EU, but this is only my personal view), including Scotland, Catalonia, Veneto. Scotland might be a part of the EU when the rest of Britain — look at the great success of Nigel Farage — might go away from the EU.

MI: How do you think true separation would affect the Venetian economy?

PB: Over the long term, positively. Over the short-to-medium term, there will be a great popular enthusiasm, the sense of a new beginning among a frustrated, impoverished, disillusioned population. But, I suspect, there will be problems in the negotiations of the assets and debts with Italy. Veneto will probably have to take up some of the huge Italian public debt. In the case of Scotland, the problem will be shared per capita, or per regional income, in proportion with the national income? If per capita, Veneto will have less than 10 percent of the Italian public debt to take care of, on the contrary, if per regional-proportional income, much more than 10 percent. From my point of view, I see the public debt as something done only by Italy and to be left entirely to the Italian government, but this way of thinking would present a major stumbling block to a smooth transition. Veneto has to offer to the rest of Italy a “golden parachute” after it breaks away.

MI: How do you imagine a new Venetian state would interact with the overall European community?

PB: A tiny majority of Veneto people are in favor both of the EU and of the Euro as a currency. So I envisage a little, rich state, playing a major economic and political role in the EU, a stabilizing role. It will interact naturally with other rich and similar states, Bavaria (still part of Germany), Austria, and the Netherlands. It will be a Finland in the Adriatic. In general, however, new little states entering the EU in a position of economic privilege (Scotland, Catalonia, Veneto) should also be able to recondition the EU policies and even its nature.

The EU is dangerously approaching the status of a dictatorship, it should go back to be a loose confederation of states providing the guarantee of a free market, a free economic space really open to the East. And nothing else. It is worth remembering that the Ukraine disaster is partially due to the EU sealing off its borders, its protectionist policies: and I refer especially to the Polish-Ukraine borders, and its acting with the cold-war mentality that is at the very origins of the creation of the European Community. It is also worth recalling that the best performing European economies are those of Norway and Switzerland, both independent states, without the EU or the Euro. Mr. Van Rumpuy does not like them, but the international markets do.

MI: What steps has the Italian state taken in the wake of the vote to prevent Venetian secession?

PB: Mr. Alfano, the Italian Minister of Interior Affairs, recently came to Veneto and stated: “Veneto is a major problem and needs a very advanced form of federalism.” What he meant is not clear, nor has any political action been taken so far, at the central level, to address the problem. Every time I hear the word “federalism” I am dismayed. A state is born federal, not turned to a federal commonwealth after it has been born centralistic. This is what history tells, and teaches. Look at the US. They were born free, for some happy years they were 13 free colonies, then they had the Constitution, the Civil War, the New Deal, the Wall Street collapse, all steps that made it more and more centralistic. Look at Switzerland. Until 1848 it was a real confederation. Then its 1848 constitution made it more centralistic, provided for a capital city, Bern, and some of the original freedoms of the Cantons (honestly, just a few) were forever lost.

Italy was born stubbornly centralistic, it might have been different, there were champions, such as the Milanese Carlo Cattaneo and Giuseppe Ferrari, of a pure form of federalism. They lost. Now the time is approaching for the redde rationem. In comparison to Italy, the other major state born in the 19th century, Germany, is much less centralistic. Look at Bavaria, they keep most of their revenues at home. There is no separatism in Bavaria, at least no movements comparable in size and support to those in Veneto, or Lombardy, or Catalonia.

When he was arrested and almost immediately executed, Robespierre was discussing with his team how to design the new letterhead of the official paper to be used by the Convention. I think of this when I see both mainstream newspapers and Italian politicians referring to us as “folklore,” to diminish us, without realizing what’s happening.

Studio di Deutsche Bank sull’indipendenza del Veneto, della Catalogna e della Scozia

La Deutsche Bank ha pubblicato uno studio molto interessante sui movimenti indipendentisti europei. Lo studio mette sullo stesso piano il Plebiscito Digitale svoltosi in Veneto il 16-21 marzo 2014 ed il referendum informale catalano del 9 novembre 2014 e il referendum ufficiale per l’indipendenza della Scozia del 18 settembre 2014, inserendo il dossier Veneto a pieno titolo tra le questioni aperte in Europa per rivendicazioni di tipo indipendentista, e questo proprio grazie al Plebiscito Digitale ed ai risultati ottenuti da Plebiscito.eu.
“Il 2014 sarà ricordato come l’anno della rinascita delle aspirazioni del Regionalismo Europeo. I cittadini in Scozia, Catalogna e Veneto hanno espresso il loro desiderio nella votazione sull’indipendenza della loro regione – con diversità di carattere costituzionale – rendendo l’autodeterminazione regionale più forte possibile”.

Schermata 2015-01-11 alle 18.57.44Lo studio mette in rilievo le sfide poste dall’indipendentismo al sistema degli stati europei. Le conclusioni pongono alcuni interrogativi sui costi nascosti di creazione di una struttura statale (difesa, organizzazione etc.) per le nuove regioni che ambiscono all’indipendenza. Esso a nostro avviso meriterebbe un approfondimento per rilevare in realtà anche i costi nascosti che verrebbero meno con l’indipendenza, dovuti ad esempio al venir meno di sprechi sistemici delle burocrazie dei grandi stati basati su un welfare socialdemocratico e clientelare non più sostenibile in un mondo globale.

L’analisi completa svolta da Frank Zipfel, Stefan Vetter e Daniel Pietzker per conto di Deutsche Bank AG può essere scaricata da questa pagina.

I sistemi di welfare in Europa e nel mondo

di Vincenzo Galasso

L’analisi dei sistemi di welfare attualmente esistenti presenta tratti di globalizzazione di alcuni modelli, ma anche una grande varietà nelle modalità nelle quali il welfare è interpretato e attuato nei diversi contesti statuali. Le differenze principali non sono necessariamente solo quelle tra i paesi sviluppati e i paesi a più basso reddito, ma anche quelle tra gli stessi paesi sviluppati, e riguardano tanto l’entità della spesa per il welfare quanto le modalità tramite le quali questa viene erogata. Non solo: l’analisi della previdenza pubblica nei paesi a medio e basso reddito mostra una certa omogeneità di impostazione, dovuta all’influenza di istituzioni internazionali, come la Banca mondiale (Wb).

WELFARELa prospettiva sul mondo che si ha guardando ai sistemi di welfare, quindi, integra e compendia un’analisi complessiva delle dinamiche politiche, economiche e demografiche in atto e analizzate in altri capitoli di questa sezione. Del resto, come vedremo, il futuro stesso dei sistemi di welfare, dipenderà sia da tendenze demografiche che dai flussi migratori e dall’andamento complessivo dell’economia.

Dopo una breve introduzione a cosa sono i sistemi di welfare, si analizzeranno in chiave comparata i sistemi pensionistici, i modelli di welfare, la composizione della spesa sociale, la regolamentazione, per concludere con una riflessione sul futuro del welfare stesso.

I numeri

Con una media superiore al 10%, la più alta spesa pubblica per pensioni sul PIL si concentra nei paesi europei.

I sistemi di welfare liberale, quali Stati Uniti e Regno Unito, destinano alla spesa sociale una quota di PIL sistematicamente minore (in media il 18,5% nel 2009) rispetto ai sistemi di welfare socialdemocratico, quali Svezia e Danimarca (24,5%).

Circa un quinto dei paesi OECD e associati investe oltre il 25% del proprio PIL nella spesa sociale.

Se negli Stati Uniti una parte molto consistente della spesa sociale (45%) è destinata alla sanità, in Italia la spesa maggiore (66%) è diretta al sistema pensionistico.

Cosa sono i sistemi di welfare

I sistemi di welfare sono composti da programmi pubblici attraverso i quali lo stato persegue l’obbiettivo di migliorare il benessere dei cittadini, e in particolare di fornire protezione sociale ad alcune categorie di cittadini a rischio, quali i meno abbienti, gli infermi, i disabili, i disoccupati, gli anziani. Provvedere all’assistenza e all’assicurazione contro i rischi è compito dello stato se rientra nel contratto sociale con i cittadini. Per esempio, secondo il presidente statunitense Theodore D. Roosevelt «l’obiettivo dello Stato è il benessere dei cittadini. Il progresso materiale e la prosperità della nazione sono desiderabili nella misura in cui conducono al benessere morale e materiale di tutti i cittadini » (‘Portland Speech’, 21 settembre 1932). Inoltre, l’azione esclusiva dei singoli individui, delle famiglie e del libero mercato non è sufficiente a garantire queste funzioni di assicurazione e di assistenza.

I programmi che compongono i sistemi di welfare si diversificano in funzione della tipologia di rischio che coprono e dell’assistenza che offrono. Alcuni prevedono dei trasferimenti monetari ai beneficiari, altri garantiscono dei benefici in natura. I principali programmi comprendono i sistemi pensionistici; la sanità; i sussidi di disoccupazione e altre politiche attive del mercato del lavoro, quali training e apprendistato; le politiche familiari, quali gli assegni per i figli a carico, la spesa per asili nido, periodi di maternità e paternità; l’edilizia pubblica; i sistemi di reddito minimo garantito.

La nascita dei sistemi di welfare

I primi sistemi di welfare nascono alla fine del 19° secolo in Europa. Nel 1880, la quota di trasferimenti sociali è molto bassa. Supera l’1% del PIL solo la Norvegia, mentre nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove fin dal tardo Medioevo erano presenti le ‘Poor Laws’ – un sistema assistenziale rivolto alle fasce più povere della popolazione – è pari rispettivamente allo 0,86% e allo 0,29% del PIL. Nel 1883, Otto von Bismarck introduce in Prussia un sistema pubblico di assicurazione sanitaria e nel 1889 istituisce un sistema previdenziale che garantisce una pensione ai lavoratori che abbiano superato i 70 anni di età. In altri paesi, per esempio negli Stati Uniti, esistevano invece, seppur allo stato embrionale, dei sistemi previdenziali a capitalizzazione a favore di specifiche categorie di lavoratori, tipicamente nel settore pubblico (negli Stati Uniti, i primi beneficiari furono gli insegnanti del New Jersey e i poliziotti e i pompieri di New York).

Tra il 1880 e la fine della Seconda guerra mondiale, moderni sistemi di welfarevengono istituiti, o largamente riformati, in quasi tutti i paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD). In Italia, un sistema previdenziale a capitalizzazione è istituito per i lavoratori del settore privato nel 1919. Nel 1935, nell’ambito del New Deal, Franklin Delano Roosevelt con il Social Security Act introduce un sistema previdenziale per tutti i lavoratori statunitensi; e tra il 1945 e 1949, il Regno Unito istituisce il Welfare State, traducendo in legge le proposte del Beveridge Report. L’introduzione di questi sistemi di welfarerappresenta una risposta alle nuove esigenze che il processo di industrializzazione fa emergere. Mentre in una società agraria sono i figli a prendersi cura dei genitori anziani, il processo di urbanizzazione e la nuclearizzazione delle famiglie crea la necessità di trovare nuove forme di assicurazione contro il rischio di povertà durante la vecchiaia al di fuori della sfera familiare. In alcuni casi, l’introduzione di questi programmi di welfare rappresenta una misura immediata di politica economica, ispirata da principi di equità, volta a garantire un tenore di vita minimo agli anziani finiti al di sotto della soglia di povertà, a causa di drammatiche crisi economiche, come nel caso della Grande depressione del 1929 negli Stati Uniti, a cui fa seguito l’introduzione del New Deal di Roosevelt. Analogamente, alcuni sistemi previdenziali inizialmente a capitalizzazione (in Francia e in Italia) sono trasformati in sistemi a ripartizione dopo che i fenomeni di iperinflazione, avvenuti durante la Seconda guerra mondiale, hanno virtualmente azzerato il valore dei titoli in cui i fondi previdenziali erano investiti.

Sistemi sanitari e riforme

Le politiche familiari

In Italia la spesa pubblica per servizi alla famiglia, comprensiva dei trasferimenti in denaro, della spesa per fornitura di servizi e di agevolazioni fiscali, è l’1,3% del PIL. In Francia è circa il 3,02%. Nell’EU solo Spagna e Grecia spendono meno dell’Italia. Analizzando le componenti di questa spesa, l’Italia destina solo lo 0,15% del PIL a interventi diretti alla primissima infanzia. Di conseguenza, solo il 12,7% circa dei bambini da 0 a 3 anni frequenta un asilo nido, un dato molto lontano dall’obiettivo del 33%, per i bambini tra 0 e 2 anni, fissato per i paesi europei a Lisbona per il 2010. Le differenze tra regioni sono molto ampie: si passa dal 24% dell’Emilia Romagna a valori attorno al 2% in Calabria e Campania.

In Italia, la spesa per la famiglia è dunque la voce del welfare meno generosa, sia se confrontata con la spesa nelle altre componenti del welfare, sia rispetto al resto d’Europa.

La carenza del welfare per la famiglia non è priva di conseguenze. Bambini e donne in particolare restano ai margini dell’attenzione dello stato sociale. La gestione dei bambini piccoli è responsabilità quasi esclusiva della famiglia, in particolare delle mamme, sulle quali ricade la maggior parte dell’attività domestica e del lavoro di cura, in misura molto sbilanciata anche rispetto ai padri. I nonni, in particolare le nonne, contribuiscono in misura preponderante alla cura dei bambini, supplendo spesso alla carenza dello stato sociale: secondo il rapporto annuale dell’istituto di statistica italiano, Istat (2010) sull’infanzia, il 67,8% dei bambini da 0 a 2 anni è affidato ai nonni, il 56,8% li vede tutti i giorni e il 27,6% li vede almeno una o due volte alla settimana. Si tratta di valori molto più alti rispetto agli altri paesi europei, che segnalano l’esistenza nel nostro paese di forti legami intergenerazionali.

Nonostante l’aiuto dei nonni, tuttavia, il tasso di fecondità italiano resta tra i più bassi in Europa (1,41 figli per donna), la fecondità è la più tardiva, e l’occupazione femminile ha un tasso pari solo a circa il 46,1%, ultimo in Europa con la sola eccezione di Malta. Infatti, l’analisi dei paesi europei mostra una relazione positiva tra la diffusione dei servizi all’infanzia, o la generosità della spesa per le famiglie, da un lato e il tasso di fecondità e di occupazione femminile dall’altro. Una relazione simile emerge all’interno dell’Italia. Il welfare familiare presente nell’Europa meridionale, e in particolare in Italia, è dunque delegato prevalentemente alle donne – mamme e nonne – protagoniste del lavoro di cura. Tra le possibili conseguenze, l’immobilità sociale, l’immobilità geografica, e soprattutto l’assenza delle donne nel mercato del lavoro comportano ricadute economiche negative di portata non trascurabile.

I sistemi pensionistici: oltre il ‘Washington Consensus’?

Il principale programma di welfare è rappresentato dal sistema pensionistico (o previdenziale), che in molti paesi appartenenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oecd), ad eccezione dei paesi anglosassoni, assorbe più del 50% del totale della spesa sociale. I sistemi pensionistici forniscono prestazioni previdenziali a coloro che hanno cessato l’attività lavorativa per ragioni di età anagrafica o contributiva (pensioni di vecchiaia e di anzianità), per sopravvenuta incapacità lavorativa (pensioni di invalidità), ai familiari di persone decedute che hanno fatto parte della forza lavoro (pensioni ai superstiti) e a coloro che, raggiunta un’età minima, sono sprovvisti di qualunque forma di reddito e non sono in grado di lavorare (pensioni assistenziali). Il finanziamento prevede il versamento di contributi sociali da parte delle persone assicurate e dei loro datori di lavoro agli organismi che erogano prestazioni pensionistiche. In caso di squilibri di bilancio, lo stato, o gli enti di previdenza, ricorrono alla fiscalità generale.

I sistemi pensionistici hanno finalità assistenziali, assicurative e previdenziali. L’obiettivo assistenziale consiste nell’assicurare a tutti i cittadini anziani un reddito minimo adeguato a garantire una dignitosa sopravvivenza. Ciò avviene attraverso l’utilizzo di strumenti – quali le pensioni assistenziali o minime – che prevedono la separazione tra i contributi versati e le pensioni percepite, in modo da consentire la redistribuzione a favore dei bassi redditi.

La finalità previdenziale sta nel garantire all’individuo, che ha adeguatamente contribuito al sistema, il mantenimento del tenore di vita raggiunto nella fase finale della vita lavorativa, anche durante il periodo di pensionamento. Ciò avviene invece attraverso l’utilizzo di strumenti – quali le pensioni contributive – che legano la pensione ricevuta ai contributi versati nel corso dell’età lavorativa. Attraverso tali strumenti, il sistema previdenziale agisce anche come una forma di risparmio forzoso, e dunque persegue il raggiungimento dell’obbiettivo assicurativo, che è rappresentato dall’offrire un rendimento adeguato su tale risparmio, misurato per esempio con il tasso di rendimento interno sui contributi versati dai lavoratori.

I sistemi pensionistici si dividono in sistemi a ripartizione e sistemi a capitalizzazione. Nei sistemi a ripartizione, che rappresentano la maggioranza dei sistemi pubblici esistenti, il gettito contributivo riscosso in ogni periodo attraverso i contributi previdenziali pagati dai lavoratori e dai datori di lavoro è destinato al finanziamento delle prestazioni erogate ai pensionati nello stesso periodo. Il calcolo del beneficio pensionistico per i singoli pensionati può essere determinato sulla base di criteri diversi, che definiscono ulteriormente il sistema come retributivo o contributivo.

Nei sistemi pensionistici retributivi, i benefici previdenziali sono tipicamente fissati in percentuale al salario finale del lavoratore (o a una media dei salari percepiti nel corso della sua vita lavorativa), in funzione del numero di anni di contributi versati e dell’età di pensionamento. Questa tipologia di sistema previdenziale svolge dunque un forte ruolo previdenziale, poiché garantisce al pensionato una percentuale fissa del salario che percepiva da lavoratore, e consente dunque di determinare direttamente la generosità delle pensioni. Esempi di sistemi retributivi a ripartizione sono in Spagna, Belgio e Francia. Nei sistemi contributivi, invece, è il livello dei contributi ad essere fissato, mentre i benefici previdenziali possono variare, in funzione dell’ammontare dei contributi accumulati durante la vita lavorativa e del rendimento ottenuto. Poiché i contributi versati non sono in realtà investiti nel mercato dei capitali, ma solo figuratamente in fondi nozionali, il rendimento che essi ottengono è determinato per legge, e tipicamente corrisponde al tasso di crescita dell’economia. Esempi di sistemi contributivi a ripartizione (detti anche ‘notional defined contributions’) sono gli attuali sistemi previdenziali in Italia, Polonia, Lettonia e Svezia.

Nei sistemi a capitalizzazione, i contributi versati dai lavoratori nel loro periodo di attività sono invece investiti nel mercato dei capitali, sia direttamente attraverso dei fondi pensioni individuali, oppure attraverso dei fondi pensioni collettivi. Per calcolare i benefici previdenziali, l’ammontare dei contributi versati, capitalizzati al tasso di rendimento ottenuto dal loro impiego, viene convertito in una rendita vitalizia – ovvero nella pensione – in funzione dell’età di pensionamento. Nei sistemi a capitalizzazione non c’è dunque un flusso diretto di risorse dai lavoratori ai pensionati (intermediato dall’amministrazione dell’ente previdenziale), bensì un’accumulazione di riserve, da utilizzare al pensionamento. Sistemi previdenziali puramente a capitalizzazione sono presenti solo in pochi paesi, quali Cile e Hong Kong.

Alcuni paesi anglosassoni – per esempio Regno Unito e Stati Uniti – affiancano a un primo pilastro del sistema pensionistico pubblico, costituito da uno schema a ripartizione, tipicamente poco generoso e molto redistributivo (ovvero con finalità largamente assistenziali), un secondo pilastro (pubblico o privato) a capitalizzazione.

I sistemi misti, composti da uno schema (retributivo) a ripartizione, da uno schema individuale a capitalizzazione e spesso anche da una pensione assistenziale e da uno schema privato a capitalizzazione su base volontaria, sono stati largamente sostenuti dalla Wb a partire dagli anni Novanta, in particolar modo in America Latina e nei paesi ex socialisti dell’Europa orientale, fino a divenire il cosiddetto‘Washington Consensus’ in tema di pensioni (World Bank 1994). L’obiettivo di un sistema previdenziale misto è quello di ridurre l’esposizione ai rischi tipici dei due schemi, a ripartizione e a capitalizzazione. Nel sistema previdenziale a ripartizione, che si fonda su un contratto generazionale tra lavoratori e pensionati, i rischi provengono dalla possibile inadeguatezza dei rendimenti nel lungo periodo, a causa della scarsa crescita economica o demografica. In tal caso, nei sistemi retributivi, per mantenere la generosità delle pensioni promesse è necessario un incremento dei contributi previdenziali pagati dai lavoratori, a cui viene dunque accollato il rischio economico e demografico. Oppure, nei sistemi contributivi, la generosità delle pensioni si riduce, concentrando il rischio sui pensionati. Nei sistemi a capitalizzazione, il rischio di inadeguatezza dei rendimenti è legato all’andamento dei mercati finanziari ed è a carico dei futuri pensionati, mentre i rischi demografici e occupazionali sono meno rilevanti.

La cartina evidenzia le differenze nella spesa pensionistica pubblica in rapporto al prodotto interno lordo (pil) nel 2010, che va dal 1,1% nelle Filippine al 14% in Italia. Diverse caratteristiche emergono con chiarezza. I paesi con un’economia più sviluppata allocano più risorse alle pensioni, in media il 7,4% delpil, contro una media del 4,2% nei 21 paesi in via di sviluppo riportati nella cartina.

La spesa pensionistica pubblica nel mondo

Tuttavia, anche all’interno del gruppo dei paesi più ricchi ci sono notevoli differenze. I paesi – tipicamente europei – caratterizzati da sistemi a ripartizione di tipo bismarckiano, ovvero che privilegiano la finalità previdenziale, spendono più del 10% del pil in pensioni: per esempio, il 13,5% in Francia, il 10,2% in Germania, il 12,7% in Austria, ma anche il 10,3% in Giappone. Invece nei paesi – tipicamente anglosassoni – che hanno sistemi misti di tipo beveridgeano, ovvero con un pilastro a ripartizione altamente redistributivo, la spesa previdenziale è più limitata: 3,1% in Australia, 4,7% in Nuova Zelanda, 4,9% negli Stati Uniti, 6,7% nel Regno Unito. Tra le economie in via di sviluppo sono i paesi ex socialisti dell’est europeo a spendere di più: dal 5,1% in Lettonia al 12,8% in Ucraina. Le due grandi economie emergenti asiatiche hanno invece sistemi previdenziali allo stato embrionale: la spesa pensionistica è dell’1,7% del pil in India e del 2,2% in Cina.

L’ammontare della spesa previdenziale raffigurato nella cartina emerge dalla combinazione di diversi fattori, in particolare dal grado di copertura dell’assicurazione previdenziale tra i lavoratori, dalla generosità delle pensioni e della composizione demografica del paese. Questi elementi contribuiscono a far sì che i paesi più ricchi spendano più dei paesi in via di sviluppo in pensioni. Infatti, le economie avanzate hanno maggiori tassi di copertura, poiché tutti i lavoratori sono soggetti al regime previdenziale, e hanno una proporzione più elevata di pensionati, a causa di una popolazione più anziana – frutto a sua volta di una longevità più elevata e di tassi di fertilità più bassi. Per misurare il grado di generosità dei diversi sistemi è possibile utilizzare il tasso di sostituzione delle pensioni – ovvero il rapporto tra la pensione e l’ultimo salario percepito dal lavoratore.

Tra i paesi dell’Oecd i meno generosi sono quelli anglosassoni, per esempio Irlanda e Nuova Zelanda offrono un tasso di sostituzione inferiore al 40% (al netto delle imposte per un lavoratore con un salario medio che va in pensione all’età normale prevista dalla legge), mentre i paesi mediterranei – Spagna, Italia e Grecia – garantiscono attorno al 90% del salario. Pensioni molto generose sono offerte anche in alcuni paesi del Medio Oriente e del Nord Africa ai pochi fortunati lavoratori (tipicamente del settore pubblico) coperti dal sistema previdenziale: in Egitto, il tasso di sostituzione è addirittura pari al 120%. Altri paesi che garantiscono in media pensioni superiori al salario percepito dai lavoratori sono la Turchia, il Costa Rica e l’Uruguay. Nei paesi ex socialisti dell’Europa dell’Est, i tassi di sostituzione sono attorno al 70%, seppur con qualche differenza (dal 58% della Repubblica Ceca al 90% dell’Ungheria), mentre i paesi dell’America Latina hanno in media pensioni meno generose.

Il ‘Washington Consensus’

Il ‘Washington Consensus’ sul disegno dei sistemi previdenziali è stato posto a dura prova dalla crisi finanziaria del 2008. La ricchezza previdenziale detenuta nei piani pensione privati (ovvero nei sistemi a capitalizzazione) si è fortemente ridotta: tra l’ottobre 2007 e l’ottobre 2008 il rendimento medio dei portafogli bilanciati (ovvero composti da azioni e obbligazioni) in Australia, Cile e Islanda è stato inferiore al -20%, e inferiore al -10% in Polonia, Svezia e Svizzera. Ma alcune critiche si erano levate anche prima della crisi (si veda BARR, DIAMOND 2008). La partecipazione a piani pensione privati individuali pone i lavoratori di fronte a scelte finanziarie complesse, per esempio tra portafogli con gradi di rischio diverso, che non tutti sono in grado di comprendere a pieno. Inoltre, in molti paesi, il cattivo design delle opzioni standard (o di default) in queste scelte ha svantaggiato i lavoratori con un minore livello di conoscenza finanziaria (e dunque tipicamente i lavoratori meno istruiti) che non hanno potuto sfruttare i benefici dei sistemi a capitalizzazione, trovandosi però esposti ai maggiori rischi e ai costi amministrativi più elevati.

Il welfare state in Cina

Il sistema pensionistico cinese è molto decentralizzato nel finanziamento ed è segmentato in schemi urbani e rurali. Ciò crea problemi di efficienza, poiché limita la distribuzione geografica dei rischi (economico e demografico), ma anche di equità, poiché esistono sostanziali differenze nei tassi di copertura tra gli schemi urbani e quelli rurali. Queste problematiche sono aggravate dal rapido invecchiamento della popolazione cinese, che è particolarmente accentuato nelle zone rurali, a causa della forte migrazione interna dei giovani verso le aree urbane.

Dal 2000, molte riforme dei sistemi previdenziali sono state introdotte per estendere la distribuzione geografica dei rischi e aumentare il grado di copertura di diverse tipologie di lavoratori, soprattutto dei residenti nelle aree rurali, e dei lavoratori che si spostano temporaneamente in città. Tuttavia, i tassi di sostituzione delle pensioni sono bassi e destinati a ridursi ulteriormente, sia per i lavoratori urbani che per quelli rurali. Questa situazione è difficile da sostenere socialmente, sia perché gli anziani potranno contare sempre meno sul supporto dei figli (oggi, anche nelle aree urbane più del 50% degli anziani dipende dall’aiuto dei figli), sia perché gran parte della popolazione anziana è concentrata nelle zone rurali, dove i governi locali non sono in grado di finanziare le pensioni. La WB ha proposto di spostare il costo del sistema pensionistico rurale dai governi locali al governo nazionale, superando inoltre la divisione tra residenti in aree urbane e rurali, e anche di aumentare l’età di pensionamento.

Nel sistema sanitario, invece, il grado di copertura è aumentato dal 10% della popolazione nel 2003 ad oltre l’85% nel 2007, anno in cui la spesa sanitaria in Cina era pari al 4,3% del PIL, inferiore alla media dei paesi OECD (5,8%), ma pari a paesi quali la Turchia (4,1%). Il sistema sanitario cinese è prevalentemente pubblico, con gli ospedali che assorbono gran parte dei fondi. Dal 2000 la situazione sanitaria è molto migliorata. Tuttavia, esiste una grande diversità di trattamento tra aree urbane e rurali, e i rischi sono diversificati a livello locale, con la conseguente perdita di efficienza, ma anche di equità. Lo stato di salute continua ad essere infatti un’importante causa di povertà, soprattutto nelle regioni rurali meno sviluppate.

Dal 2003, nuovi schemi di assicurazione urbana e rurale hanno aumentato il grado di copertura della popolazione, ad eccezione degli immigrati interni dalle campagne alle città. E nel 2009 ulteriori misure sono state presentate – con uno stanziamento triennale pari allo 0,8% del PIL – per ottenere un sistema universale, sicuro ed efficace che offra i servizi sanitari di base entro il 2020. Un tale ammodernamento richiederà investimenti in infrastrutture sanitarie, estensione della copertura, più attenzione alla prevenzione, riqualificazione del personale medico, un nuovo sistema farmaceutico e una generale riorganizzazione del sistema.

Modelli di welfare a confronto

Nel loro complesso, i sistemi di welfare possono essere classificati in diverse tipologie, in funzione del livello di spesa complessiva per la protezione sociale, della composizione dei diversi programmi (pensioni, sanità, politiche del lavoro e della famiglia) e dei criteri in base ai quali è garantita la copertura ai cittadini (si veda Esping-Andersen 1999).

Il welfare corporativo, che è presente nell’Europa continentale (per esempio in Francia, Belgio, Germania), garantisce un elevato livello di protezione sociale a gruppi di individui selezionati – tipicamente ai lavoratori e a coloro che sono stati attivamente presenti nel mercato del lavoro. Questo modello di welfare esibisce una struttura altamente gerarchica, con pochi elementi o programmi redistributivi, ed è spesso chiamato bismarckiano. Le modifiche che nel corso del tempo hanno interessato i programmi che compongono questo modello di welfare sono avvenute attraverso accordi collettivi tra i diversi attori sociali (rappresentanti di categoria, degli imprenditori, sindacati, governo, ecc.).

Il welfare socialdemocratico, che identifica tipicamente il modello dei paesi del Nord Europa (Svezia, Danimarca, Norvegia), prevede, al pari del modello precedente, un elevato livello di protezione sociale. Tuttavia, l’accesso a tale protezione si basa su criteri di cittadinanza o di residenza, piuttosto che sulla partecipazione al mercato del lavoro. Ne deriva che un maggior numero di individui è coperto dal welfare state. A differenza delle società con un welfare state corporativo, quelle che adottano un modello socialdemocratico fanno ampio ricorso al mercato, ad esempio per l’assicurazione privata in campo medico e per la previdenza complementare.

Il welfare familiare è diffuso nell’Europa meridionale o mediterranea (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo). La principale caratteristica di questo modello diwelfare è un elevato livello di protezione sociale, che viene offerto al capofamiglia (o breadwinner), a cui spetta poi il compito di distribuire le risorse all’interno della famiglia. Il ricorso al mercato per l’acquisto di assicurazione contro i rischi e di servizi, quali per esempio sanità e istruzione, è più limitato. La protezione del capofamiglia avviene anche attraverso un mercato del lavoro molto regolamentato, che ha dato vita a partire dagli anni Novanta a fenomeni di forte dualismo tra lavoratori con contratti permanenti e temporanei.

Il welfare liberale è caratteristico dei paesi anglosassoni (Regno Unito, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Canada). Questo modello fornisce un basso livello di protezione sociale e prevede un elevato ricorso al mercato per l’acquisto di assicurazione privata, per esempio sanitaria e previdenziale. L’obiettivo di questo modello diwelfare è di creare una rete di protezione sociale minima per tutti gli individui, a cui può essere aggiunta – su base volontaria – ulteriore assicurazione privata ottenibile sul libero mercato. Non è dunque sorprendente che il mercato dei fondi pensione privati sia più sviluppato nei paesi con un welfare liberale.

Poiché i sistemi di welfare hanno soprattutto finalità assicurative e redistributive, è lecito chiedersi in che misura le diverse tipologie di sistemi contribuiscano a ridurre il rischio di povertà.

Percentuale di popolazione over 65

Primi paesi al mondo per spesa sanitaria

Welfare e povertà

Nel 2008, il 17% dei cittadini dei 27 paesi dell’Unione Europea (EU) risultava a rischio di povertà relativa – ovvero viveva in una famiglia con un reddito inferiore al 60% del reddito medio nel paese. Tra i paesi con il rischio di povertà più elevato, dopo alcuni paesi ex socialisti (Lettonia 26%, Romania 23%, Bulgaria 21% e Lituania 20%), spiccano i paesi mediterranei – Grecia e Spagna con il 20%, Italia 19%, ma anche il Regno Unito con il 19%. Tra i paesi più virtuosi, dopo la Repubblica Ceca (9%) e l’Islanda (10%) ci sono Paesi Bassi, Slovacchia e Norvegia (11%) e poi Danimarca e Svezia (12%).

I dati dell’Eurostat consentono di individuare i gruppi di età in cui il rischio di povertà è più forte. Poiché in alcune tipologie di welfare la spesa sembra indirizzata soprattutto agli anziani, ciò dovrebbe ridurre il rischio di povertà per questa categoria. Eppure gli anziani dovrebbero essere le persone maggiormente a rischio di povertà, perché hanno maggiori difficoltà a ritornare sul mercato del lavoro se sono colpiti da un qualsiasi genere di shock negativo. Nei paesi con sistemi di welfare che privilegiano le pensioni, il rischio di povertà è minore tra gli anziani (individui con più di 65 anni) che tra i minorenni: rispettivamente 21% e 25% in Italia, 11% e 17% in Francia, 22% e 23% in Grecia e Portogallo. Mentre il fenomeno opposto si verifica nei paesi che hanno forti politiche familiari, come in Danimarca (con il 18% tra gli anziani e il 9% tra i minorenni), in Svezia (16% e 13%), in Finlandia (23% e 12%).

I dati dell’Eurostat consentono anche di stimare l’efficacia dei sistemi di welfare, attraverso il calcolo della riduzione del rischio di povertà che può essere attribuita all’esistenza di trasferimenti sociali. I paesi che hanno un sistema di welfare più efficace nel ridurre la povertà sono l’Ungheria (-60%) e i paesi nordici – Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia. Tra i meno efficaci, spiccano i paesi mediterranei, nell’ordine Grecia, Spagna e Italia, e quelli ex socialisti dell’Europa orientale.

La spese per il welfare: un mondo variegato

Il grafico mostra i dati sulla spesa sociale (che include la spesa in pensioni, sanità, politiche per la famiglia e politiche per il mercato del lavoro) in rapporto alpil nell’anno 2007 per i paesi Oecd. Questi dati confermano le differenze evidenziate dalla classificazione nei quattro modelli di sistemi di welfare. In gran parte dei paesi anglosassoni con un welfare liberale (Australia, Canada, Irlanda e Stati Uniti) la spesa sociale è attorno al 16% del pil – ad eccezione della Nuova Zelanda e del Regno Unito, che spendono rispettivamente il 18,4% e il 21,3% delpil. I paesi con un welfare state corporativo o socialdemocratico, quali rispettivamente Francia, Austria, Belgio e Germania, da un lato, e Svezia e Danimarca dall’altro, presentano il livello di spesa sociale più elevato tra i paesiOecd, con valori superiori al 26% del pil. I paesi mediterranei sono invece meno omogenei, con un livello di spesa sociale compreso tra il 21% in Grecia e Spagna e il 26% in Italia. Un forte livello di disomogeneità emerge anche tra i paesi ex socialisti, che oscillano tra il 13% di spesa sociale in Estonia e il 23% in Ungheria. Il paese Oecd che spende meno in welfare è il Messico, con il 7,2% del prodotto interno lordo.

L’analisi della composizione della spesa sociale nei diversi programmi di welfare(sistema previdenziale – che include pensioni di vecchiaia, anzianità, invalidità e reversibilità – sistema sanitario, politiche per la famiglia, politiche per il mercato del lavoro) conferma le differenze tra le diverse tipologie di sistemi di welfare. Igrafici a torta mostrano la composizione del welfare in quattro paesi – Italia, Stati Uniti, Svezia e Germania – rappresentativi dei quattro sistemi. Nei paesi dell’Europa meridionale, che sono caratterizzati da un welfare orientato verso la famiglia, gran parte della spesa sociale è canalizzata verso il sistema previdenziale: il 66% in Italia, il 60% in Grecia e il 58% in Portogallo. In questi paesi, al netto di pensioni e sanità, poche risorse sono disponibili per la spesa in altri programmi (il 9% in Italia, il 12% in Grecia e il 13% Portogallo), quali il supporto alle famiglie (solo il 5,5% dell’intera spesa sociale italiana) e la spesa nel mercato del lavoro – sussidi di disoccupazione e politiche attive del mercato del lavoro (solo il 3,3% del totale in Italia). Una simile composizione della spesa per il welfare caratterizza alcuni paesi ex socialisti dell’Est europeo, quali Repubblica Ceca, Estonia, Slovenia e Polonia, che spendono più dell’85% della spesa totale in pensioni e sanità, ma anche il Cile (il 59% in pensioni e il 21% in sanità) e la Turchia, dove l’intero 10,5% del pil speso in welfare è indirizzato a pensioni e sanità.

Anche negli Stati Uniti, malgrado il totale della spesa sia molto inferiore a quella dell’Italia (16,5% rispetto al 26,4%), il 90% della spesa è diretto a pensioni e sanità. In realtà, la spesa sociale statunitense è più orientata verso il sistema sanitario (45% del totale della spesa sociale) di quanto lo sia il welfare italiano. L’elevata rilevanza della spesa sanitaria rappresenta una delle caratteristiche principali dei sistemi di welfare dei paesi anglosassoni, che assegnano più di un terzo della spesa sociale alla sanità (35% in Australia, 41% in Canada, 38% in Nuova Zelanda, 35% in Irlanda, 33% nel Regno Unito). Anche il sistema di welfare coreano favorisce la spesa in sanità (43% del totale) a quella previdenziale (36%). Una composizione della spesa sociale che accomuna caratteristiche dei sistemi di welfare familiare e liberale si ha in Giappone, con il 59% della spesa in pensioni e il 33% in sanità.

Nei paesi del Nord Europa, che sono caratterizzati da un welfaresocialdemocratico, la spesa sociale è ripartita più equamente tra i diversi programmi. Particolare importanza ha la spesa per le famiglie, a cui viene allocato almeno il 10% del budget della spesa sociale, e che oscilla tra il 2,8% del pil in Finlandia e Norvegia e il 3,4% del pil in Svezia. Più eterogeneità è presente nella spesa per le politiche del mercato del lavoro, che va dallo 0,8% del pil in Norvegia fino al 3,3% in Danimarca, il paese che ha dato vita al concetto di flexsecurity. Una simile ripartizione si trova anche nei paesi che hanno un welfare corporativo, come la Germania, dove i due maggiori programmi sono ancora le pensioni (con il 52% del budget totale) e la sanità (30%); tuttavia, alcune risorse sono destinate anche alle famiglie (7%) e al mercato del lavoro (8%). Questi dati suggeriscono dunque che la classificazione del welfare state in quattro modelli ha un supporto empirico quando si analizzano le dimensioni e la composizione del welfare state. Se questo schema mostra quindi in maniera efficace le differenze tra i sistemi vigenti nei paesi a reddito elevato – che in gran parte coincidono con le democrazie occidentali – un discorso a parte meritano i paesi a basso reddito e il welfare dei sistemi non democratici.

Il welfare state nei paesi a basso reddito

L’esistenza di un welfare state articolato nelle sue diverse componenti di spesa è, in larga misura, una prerogativa dei paesi a reddito elevato. Tuttavia anche alcuni paesi asiatici, dell’America Latina e del Medio Oriente a medio o basso reddito hanno adottato politiche di sostegno alla povertà e alla vecchiaia. La mancanza di informazioni adeguate non permette una completa caratterizzazione di questi sistemi. Tuttavia, i dati disponibili sui sistemi previdenziali (si veda WHITEHOUSE 2007) consentono di tracciare alcune linee generali sul modello di protezione assunto, se di tipo prevalentemente bismarckiano (ovvero con pochi elementi redistributivi) come nei paesi dell’Europa continentale o di tipo beveridgeano (con un forte accento redistributivo), atto cioè a fornire solo una rete di protezione minima, come nei paesi anglosassoni. Per misurare le caratteristiche dei sistemi previdenziali è possibile costruire un indicatore sintetico del livello di redistribuzione dividendo il tasso di sostituzione (ovvero il rapporto tra la pensione e l’ultimo salario prima del pensionamento) di un lavoratore con un salario pari al 75% del salario medio e quello di un lavoratore con un salario pari al 150% del salario medio. In un sistema di tipo bismarckiano, questo indicatore sarà vicino all’unità, poiché tutti i lavoratori ricevono una pensione che è commisurata al loro salario, mentre in un sistema beveridgeano, dove la pensione rappresenta una rete di sicurezza, l’indicatore sarà maggiore di uno, in quanto generosa per i meno abbienti, ma solo marginale per i più ricchi.

La cartina mostra la dispersione geografica di questo indicatore di redistribuzione del sistema previdenziale. I paesi del Medio Oriente sembrano seguire il modello diwelfare diffuso nell’Europa continentale, poiché sono tutti caratterizzati (ad eccezione forse dell’Egitto) da sistemi pensionistici di tipo bismarckiano, dove il beneficio previdenziale è strettamente legato al salario finale del lavoratore. Si tratta (con l’eccezione di Gibuti) di sistemi mediamente generosi, nei quali il tasso di sostituzione per un lavoratore con salario medio varia dal 72,7% della Tunisia al 124,2% dell’Iran. Tassi di sostituzione così elevati si giustificano con lo scarso grado di copertura dei sistemi, che si rivolgono prevalentemente ai lavoratori del settore pubblico nei centri urbani. Nei paesi dell’America Latina il quadro è più variegato. Repubblica Dominicana, Argentina, Colombia e in misura minore Uruguay sembrano seguire, almeno nel design delle pensioni, il modello dei paesi anglosassoni, con sistemi beveridgeani e dunque con livelli di redistribuzione elevati. Perù e Costa Rica sono invece strettamente bismarckiani, mentre Messico e El Salvador si collocano tra i due gruppi. Malgrado il diverso design, quasi tutti i sistemi previdenziali dell’America Latina (ad eccezione di Uruguay e Costa Rica) presentano tuttavia livelli di generosità – calcolata dal tasso di sostituzione – abbastanza modesti e livelli di copertura della popolazione non sempre soddisfacenti. Tra i paesi asiatici e dell’Europa orientale per i quali sono disponibili i dati, Repubblica Ceca e Corea del Sud sono gli unici ad avere sistemi previdenziali marcatamente beveridgeani, mentre tutti gli altri paesi (Ungheria, Slovacchia, Estonia, Bulgaria, Polonia, Croazia, Turchia, Lettonia e Lituania) sono stati maggiormente influenzati dal modello di welfare della vicina Europa continentale, e in particolare dall’impostazione bismarckiana della previdenza tedesca. In conclusione, il design della previdenza pubblica nei paesi (democratici o autocratici) a medio e basso reddito sembra essere ispirato alla visione dominante nelle istituzioni internazionali che hanno avuto compiti consultivi nei momenti di creazione o di riforma dei sistemi (quali per esempio la WB in alcuni paesi dell’America Latina), oppure nei paesi OECD che hanno storicamente esercitato una maggiore influenza geopolitica.

Chi viene prima: democrazia, sviluppo economico o welfare?

Lo sviluppo economico, il benessere, il welfare state possono esistere anche in paesi non democratici e magari aiutare alla transizione politica verso istituzioni democratiche? Oppure il welfare state e la crescita economica sono un’esclusiva delle democrazie? Un filone della letteratura economica e politica ha evidenziato come un elevato livello di benessere economico, misurato per esempio da un elevato grado di alfabetizzazione, di urbanizzazione e dall’esistenza di una classe media, rappresenti un prerequisito – dunque una condizione necessaria, ma non sufficiente – per l’introduzione e il supporto di istituzioni democratiche stabili, ovvero non caratterizzate da frequenti oscillazioni tra democrazia e regimi autoritari (si vedano ACEMOGLU, ROBINSON 2006). E tuttavia non mancano gli esempi di paesi, quali la Cina, che pur sperimentando elevati tassi di crescita economica e malgrado l’introduzione di alcuni programmi di welfare rimangono dei paesi autocratici.

Altri studi hanno evidenziato che elevati tassi di crescita economica, liberalizzazioni, riforme e welfare state sono maggiormente diffusi nelle democrazie stabili. Il processo di democratizzazione, con la diffusione del suffragio universale, aumenta la domanda di redistribuzione – e dunque di welfare state – poiché i nuovi cittadini provengono per lo più dalle classi sociali meno agiate. Le democrazie danno così voce a gruppi sociali, quali i disoccupati, gli anziani, i poveri, che beneficiano del welfare e che nelle autocrazie rimangono tipicamente al margine del processo politico. Alcuni lavori empirici confermano la validità di queste teorie, evidenziando l’esistenza di una correlazione positiva tra le dimensioni della spesa pubblica e la diffusione del suffragio universale, e mostrando che le democrazie spendono più in welfare e nel settore pubblico, ma meno in difesa (si veda BOIX 2003). Tuttavia, altri studi empirici suggeriscono che la relazione tra democrazia e spesa pubblica è più complessa (si veda MARTIN, PLÜMPER 2003). Per bassi livelli di democrazia la spesa pubblica è elevata e serve gli interessi delle élites, mentre nelle democrazie più consolidate gli elevati livelli di spesa sono legati alla domanda diffusa di beni pubblici. Per livelli intermedi di democrazia, queste pressioni sono meno forti e la spesa pubblica si riduce. Invece, altri studi (si vedano MULLIGAN et al. 2004, e PROFETA, SCABROSETTI 2010) mostrano che non esiste alcuna differenza statisticamente significativa tra paesi democratici e non democratici per consumo pubblico, istruzione pubblica e spesa sociale in rapporto al prodotto interno lordo.

Dunque, malgrado i rapporti tra sviluppo economico, welfare state e processi di democratizzazione abbiano suscitato da sempre l’interesse degli studiosi e deipolicy-maker, le evidenze empiriche non sono in grado di delineare l’esistenza di un percorso univoco dallo sviluppo economico alla democrazia, o viceversa dalla democrazia allo sviluppo economico (e al welfare).

La spesa sociale nei paesi OECD

Numero di medici

La spesa sociale nel welfare Italia e Usa

Letti d’ospedale

La spesa sociale nel welfare Germania Svezia

Redistribuzione del sistema previdenziale

Spesa per l’istruzione

Welfare e regolamentazione

Lo stato interviene nell’economia attraverso la spesa pubblica (di cui la spesa per il welfare è una parte importante), gli investimenti pubblici, la tassazione, ma anche attraverso la regolamentazione del mercato del lavoro, dei prodotti, dei servizi e dei mercati finanziari. L’impatto delle regolamentazioni pubbliche sull’economia è spesso poco riconoscibile, ma estremamente rilevante poiché modifica la governance che regola i mercati.

La regolamentazione del mercato del lavoro – o employment protective legislation (epl) – regola la contrattazione e il licenziamento dei lavoratori, e ha tipicamente la finalità di proteggere i lavoratori contro il rischio di perdita di lavoro (disoccupazione), in particolare quando il licenziamento è senza giusta causa. In base alla definizione dell’Oecd, la regolamentazione del mercato del lavoro è misurata in funzione di: (i) difficoltà procedurali al licenziamento; (ii) requisiti di notifica del procedimento e di pagamento di compensi; e (iii) difficoltà amministrative di licenziamento, che misurano la rilevanza dei costi legali e giudiziari, ma anche l’incertezza e il costo temporale legati ai possibili procedimenti giudiziari iniziati dal lavoratore contro l’impresa. Valori elevati dell’indice epl creato dall’Oecd identificano un mercato del lavoro rigido.

Nel mercato dei prodotti, lo stato può imporre delle barriere all’entrata in uno specifico mercato – quale per esempio il mercato dei taxi o delle professioni (servizi legali) –riducendo in tal modo il grado di competitività dei mercati. Inoltre lo stato può regolare i monopoli naturali – quali i grandi network (elettricità, gas, ferrovie) – attraverso la costituzione di specifiche authority, che hanno l’obiettivo di limitare il potere di monopolio delle imprese e di regolare i prezzi. Anche i mercati finanziari – la borsa, gli intermediari finanziari – sono fortemente regolati, al fine di proteggere i risparmiatori contro i rischi che provengono dalle asimmetrie informative tra istituzioni finanziarie e singoli risparmiatori. La misura quantitativa del grado di regolamentazione – intesa come la regolamentazione che ostacola la creazione di mercati competitivi, compilata dall’Oecd (product market regulation o pmr) identifica tre elementi chiave: (i) controllo dello stato, ovvero il grado di partecipazione diretta delle imprese di proprietà dello stato nel mercato; (ii) barriere all’imprenditoria, ovvero barriere burocratiche e limitazioni alla competizione; e (iii) barriere al commercio e agli investimenti, ovvero limitazioni per le imprese straniere a competere sul mercato domestico. Valori elevati dell’indice pmr identificano un mercato dei prodotti poco competitivo.

La classificazione dei diversi paesi in funzione del loro sistema di welfare può essere estesa al grado di protezione del mercato del lavoro e alla regolamentazione del mercato dei prodotti. Il grafico mette in relazione questi due sistemi di regolamentazione (epl e pmr) e le tipologie di welfare.

I paesi con sistemi di welfare liberale mostrano un basso livello di protezione su entrambi i mercati e poca spesa sociale: il loro welfare state garantisce solo una rete minima di protezione sociale e un basso livello di assicurazione contro il rischio di riduzione o perdita del reddito, sebbene in queste economie gli shock al mercato del lavoro siano particolarmente frequenti a causa dell’elevata flessibilità. Questi paesi seguono dunque un modello con poca assicurazione sociale, mentre la responsabilità di provvedere contro i rischi economici o di salute ricade sul singolo individuo, che deve utilizzare il mercato – per esempio attraverso il risparmio o l’acquisto di assicurazione sanitaria o previdenziale privata.

I welfare state socialdemocratici garantiscono invece un elevato livello di assicurazione sociale attraverso l’utilizzo combinato di diversi programmi. Per esempio, i rischi legati al mercato del lavoro (la disoccupazione) sono assicurati attraverso un basso livello di regolamentazione (epl), ma elevata spesa sociale. In Danimarca, per esempio, il modello di flexsecurity prevede bassa rigidità del mercato del lavoro e sussidi di disoccupazione generosi, insieme a politiche attive che consentono ai disoccupati di riqualificarsi.

Il welfare state corporativo, presente in Francia, Germania, Austria e Belgio, ricorda in parte il welfare state socialdemocratico, ma si caratterizza per una maggiore protezione sul mercato del lavoro e maggior regolamentazione nel mercato dei prodotti.

Nei paesi con un welfare state familiare, come Spagna, Portogallo e Grecia, e in parte anche in Italia, il mercato del lavoro è fortemente regolamentato, mentre poca spesa sociale è destinata ad esso, come sussidi di disoccupazione o politiche attive del mercato del lavoro. Questo welfare familiare sembra premiare soprattutto gli anziani, i lavoratori regolari (o a tempo indeterminato) – che spesso coincidono con il capofamiglia – e i pensionati, ma dedica poche risorse economiche agli altri gruppi di cittadini, quali giovani e donne.

Mercato del lavoro e dei beni e servizi

Le riforme delle pensioni in Italia negli anni Novanta

Negli anni Novanta, il sistema pensionistico italiano è stato profondamente trasformato da due riforme – la riforma Amato nel 1992 e la riforma Dini nel 1995 – che hanno stabilizzato la spesa pensionistica in rapporto al prodotto interno lordo, ridefinito i criteri di calcolo dei trattamenti pensionistici e le condizioni di accesso alle prestazioni, e agevolato le forme pensionistiche complementari.

Prima del 1992, il sistema previdenziale era un sistema retributivo a ripartizione, in cui il calcolo dei benefici era basato sulla retribuzione lavorativa media dell’assicurato durante gli ultimi cinque anni di lavoro, a cui si sommava una componente a capitalizzazione – il trattamento di fine rapporto. Questo sistema era caratterizzato da un’elevata spesa pensionistica e da una grande disparità di trattamento a seconda del settore di impiego.

La riforma Amato del 1992, determinata in larga misura dall’emergenza dei conti previdenziali, prevedeva:

(i) l’innalzamento graduale dell’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini;

(ii) l’innalzamento dell’anzianità contributiva ai fini della maturazione dei diritti alla pensione di vecchiaia da 10 a 15 anni;

(iii) l’indicizzazione dei benefici pensionistici all’andamento dell’indice generale dei prezzi, anziché, come avveniva in precedenza, ai salari medi.

Queste misure di riforma venivano applicate con un meccanismo di transizione, che prevedeva che le persone con un’anzianità superiore ai 15 anni al 1992 potessero continuare con il sistema previdenziale precedente.

La riforma Dini del 1995 ha introdotto un nuovo metodo di calcolo di tipo contributivo per i benefici pensionistici, da essere applicato pro quota per le persone con un’anzianità inferiore ai 18 anni al 1995, mentre i lavoratori con maggiore anzianità potevano continuare con il metodo retributivo. Il metodo contributivo introdotto consiste nell’adozione di un sistema contabile per la maturazione dei diritti pensionistici, in base al quale ciascun assicurato risulta intestatario di un conto previdenziale alimentato figurativamente da una quota fissa della retribuzione (33%) e capitalizzato a un tasso pari alla media mobile quinquennale dei tassi di variazione del PIL nominale. Al montante contributivo individuale è poi applicato, al fine del calcolo della rata di pensione, un coefficiente di trasformazione crescente con l’età di pensionamento e definito in funzione della durata attesa della rendita pensionistica.

La riforma Dini ha anche eliminato le pensioni di anzianità e ha ridefinito i criteri per la maturazione delle pensioni di vecchiaia. In particolare, la riforma ha introdotto il diritto per i lavoratori dipendenti in età compresa tra i 57 e i 65 anni di scegliere l’età di pensionamento, conseguibile con un requisito minimo di anzianità pari a 5 anni.

Stato e welfare

Lo studio dell’economia pubblica spiega l’intervento dello stato, volto ad aumentare il benessere dei cittadini, in un’economia di mercato, con la presenza di asimmetrie informative nel mercato stesso e con motivi di equità.

L’asimmetria informativa si verifica se il venditore o l’acquirente è in possesso di informazioni privilegiate sul bene o servizio da scambiare. L’esistenza di una forte asimmetria informativa può impedire il sorgere di un mercato. Si consideri un ipotetico mercato di assicurazione medico-sanitaria, in cui una società privata è disposta a offrire un contratto che copra le spese sanitarie dei sottoscrittori in cambio di un premio assicurativo. Poiché questa società non è in grado di discriminare perfettamente tra i diversi individui in base alle loro caratteristiche medico-sanitarie, dovrà offrire lo stesso contratto (o gli stessi contratti) a tutti i possibili sottoscrittori. Per calcolare il premio assicurativo, la società di assicurazione dovrà dunque valutare il livello medio dello stato di salute tra i sottoscrittori: quanto più elevato è il numero di sottoscrittori con un cattivo stato di salute, tanto più alto sarà il premio assicurativo che la società richiederà, e viceversa. Tuttavia, le persone che sanno di godere di un buono stato di salute (questa è evidentemente un’informazione privata degli individui) non saranno disposte a pagare un premio che ritengono troppo elevato, e quindi potrebbero decidere di non sottoscrivere l’assicurazione. Ne emerge dunque un problema di selezione avversa: alla società assicurativa rimarrà la possibilità di assicurare solole persone con un rischio sanitario più elevato, e potrebbe non essere disposta a farlo, se non in cambio di un premio assicurativo elevato.

Questo tipo di problematica è comune a molti programmi assicurativi, che non sono offerti – o lo sono solo in piccola misura – nel mercato privato. Il ruolo dello stato in questi mercati è di vincolare tutti gli individui ad acquistare l’assicurazione sanitaria, attraverso il pagamento dei contributi previdenziali o delle imposte. Questo atteggiamento coercitivo da parte dello stato elimina ogni problema di selezione avversa, malgrado l’asimmetria informativa persista. Appartengono a questo tipo di programmi i sistemi previdenziali, che offrono redditi pensionistici attraverso le rendite, e sono quindi legati al rischio di longevità, e la spesa sanitaria.

La letteratura economica ha proposto anche motivi di equità per giustificare l’intervento pubblico nell’economia. Anche se il mercato da solo fosse in grado di garantire un’allocazione efficiente delle risorse, lo stato avrebbe comunque motivo di intervenire per ridurre il livello di disuguaglianza del reddito nella società o la proporzione della popolazione che è al di sotto della soglia della povertà. La motivazione filosofica sottostante è che la società esprime una preferenza per una minore disuguaglianza del reddito o del consumo.

Evoluzione del welfare e le sfide del futuro

Lo sviluppo dei sistemi di welfare nei paesi dell’Oecd avviene dopo la Seconda guerra mondiale, ma è a partire dalla fine degli anni Settanta che la spesa sociale intraprende un trend crescente, che si trasforma poi in forte aumento tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta. Dalla seconda metà degli anni Novanta, i sistemi di welfare conoscono una fase di riforme e la spesa sociale si arresta, per ridursi addirittura in alcuni paesi.

Tuttavia, come evidenziato dai grafici, l’evoluzione della spesa è sostanzialmente diversa a seconda della tipologia di sistema di welfare. Nei paesi anglosassoni, nel 1980 la spesa sociale era ancora limitata (inferiore al 17% del pil), e ha subito una forte accelerazione tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, soprattutto in Australia, Canada e Nuova Zelanda, per poi rimanere costante, o ridursi addirittura nel caso di Canada e Nuova Zelanda, dalla metà degli anni Novanta. Anche nei paesi dell’Europa mediterranea con un welfare familiare nel 1980 la spesa sociale era relativamente bassa – ovvero inferiore al 16% in tutti i paesi ad eccezione dell’Italia. In questi paesi, la spesa sociale ha avuto una crescita costante e sostenuta fino al 2007, con la sola eccezione della Spagna, dove c’è stata un’inversione di tendenza a partire dall’inizio degli anni Novanta. I livelli di spesa sociale nel 1980 erano ben più elevati nei paesi dell’Europa continentale (quasi 21% in Francia e 24% in Germania). Ciò nonostante, negli anni Ottanta e Novanta la spesa per il welfare è aumentata, per stabilizzarsi dalla metà degli anni Novanta. I sistemi di welfare socialdemocratico dell’Europa del Nord mostrano in maniera ancora più pronunciata il cambio di tendenza avvenuto a cavallo della metà degli anni Novanta. In questi paesi – in particolare in Danimarca e Svezia – la spesa sociale agli inizi degli anni Ottanta era molto elevata (superiore al 25% del pil) e ha continuato ad aumentare fino a raggiungere il 36% in Svezia e il 30% in Danimarca a metà degli anni Novanta. Dopo un decennio di ridimensionamento del welfare, nel 2007 la spesa sociale è ritornata al 27,7% in Svezia e al 26% in Danimarca.

Parte della forte crescita della spesa sociale degli anni Ottanta è dovuta all’estensione della copertura di alcuni programmi di welfare, e soprattutto all’aumento della loro generosità. Ma un altro processo di lungo periodo che minaccia la sostenibilità dei sistemi di welfare è l’andamento demografico di invecchiamento della popolazione. Questo lento cambiamento della piramide demografica aumenta la proporzione di anziani, che costituiscono i beneficiari dei due maggiori programmi di welfare – pensioni e sanità – e riduce la proporzione di persone in età lavorativa, dai cui salari sono finanziati questi programmi. Allo stesso tempo, il processo di globalizzazione degli ultimi decenni ha avuto importanti effetti sul mercato del lavoro e dei prodotti. L’aumento della competitività internazionale ha indotto vari paesi a ridurre le regolamentazioni anticompetitive nel mercato dei prodotti e servizi, mentre l’aumento della variabilità economica è stato spesso accompagnato, nel mercato del lavoro, da un aumento della domanda da parte dei lavoratori di maggior sicurezza contro il rischio di licenziamento. Il processo di globalizzazione – e l’accresciuta mobilità delle imprese – ha anche interessato la finanza pubblica, aumentando la competizione fiscale – soprattutto a favore delle imprese – in alcuni dei nuovi paesi membri dell’Unione Europea.

Un altro elemento che è stato spesso citato nel dibattito sulla necessità di trasformare i sistemi di welfare è dato dai recenti flussi migratori, in particolare verso i paesi europei. Il dibattito si è spesso incentrato sull’opportunità o la necessita di fornire agli immigrati un accesso immediato ai programmi di welfare,

sebbene queste persone non abbiano in precedenza contribuito al finanziamento di questi programmi, quali per esempio il servizio sanitario e i sussidi di disoccupazione. Analogamente, i flussi migratori hanno aumentato il timore di licenziamenti da parte dei lavoratori con basso livello di capitale umano, che temono la concorrenza da parte degli immigrati e domandano maggiore protezione contro il rischio di licenziamento (epl).

Il processo di invecchiamento in corso nasce dalla combinazione dell’aumento della speranza di vita – soprattutto tra le persone anziane – e della diminuzione della fertilità. Questi elementi sono comuni a quasi tutti i paesi industrializzati, anche se in misura diversa. Le previsioni demografiche ipotizzano un aumento del tasso di fertilità fino a raggiungere quasi i suoi valori post-bellici, mentre la longevità dovrebbe aumentare ulteriormente – passando nei paesi Oecd da una speranza media di vita alla nascita di 74,1 per gli uomini e 80,6 per le donne nel 2000 a 79,3 anni per gli uomini e 84,7 per le donne nel 2050.

Il processo di invecchiamento più forte è fino ad ora avvenuto nei paesi mediterranei, dove la fertilità è più bassa. E questa tendenza dovrebbe continuare in futuro. Poiché questi paesi dedicano gran parte della spesa sociale ai sistemi previdenziale e sanitario, l’aumento dei percettori di prestazioni creerà un forte aumento della domanda di questi programmi – e presumibilmente di spesa per il welfare. Questo fenomeno è particolarmente drammatico in Spagna e Italia, le due società che stanno invecchiando più rapidamente.

Passato e futuro dell’economia sociale di mercato

L’invecchiamento ha un impatto diretto sul funzionamento dei sistemi previdenziali, poiché tende ad aumentare la proporzione di pensionati e a ridurre quella dei lavoratori. Se più individui prelevano dal sistema previdenziale, al quale meno lavoratori contribuiscono, la società non sarà in grado di onorare i suoi impegni nei confronti dei pensionati, a meno che la produttività non aumenti per compensare il calo della fertilità. In alternativa, un maggiore peso finanziario deve essere spostato sulle generazioni giovani sotto forma di maggiori contributi sociali. Nel dibattito economico e politico, questa semplice osservazione porta alla conclusione che i sistemi previdenziali sono finanziariamente insostenibili, poiché l’ammontare dei contributi non sarà in grado di finanziare l’ammontare delle pensioni future – data la legislazione in vigore per il calcolo dei benefici pensionistici. Possibili riforme del sistema che consentano di ristabilirne la sostenibilità finanziaria includono l’aumento dei contributi sociali, la riduzione dei benefici pensionistici, l’aumento dell’età di pensionamento e la conversione dei sistemi pensionistici a ripartizione in sistemi a capitalizzazione.

Il grafico mostra le proiezioni della variazione della spesa pensionistica dal 2007 al 2060 per un gruppo di paesi Oecd. In assenza di riforme, gli effetti dell’invecchiamento sono potenzialmente devastanti: la spesa pensionistica crescerebbe di oltre il 10% del pil in Italia, dell’8,6% in Spagna e del 7,6% in Francia. Le riforme dei sistemi previdenziali possono tuttavia aiutare a mantenere la spesa sotto controllo. Come evidenziato dalla figura, infatti, le riforme degli anni Novanta in Italia consentirebbero di annullare gli effetti dell’invecchiamento sulla spesa previdenziale del 2060, mentre la mancanza di riforme si tradurrebbe in Spagna in un aumento di spesa pari a circa il 7% del pil.

L’andamento della spesa nei sistemi di welfare liberale

L’andamento della spesa nei sistemi di welfare familiare

L’andamento della spesa nei sistemi di welfare corporativo

L’andamento della spesa nei sistemi di welfare socialdemocratico

Il welfare del futuro

PER SAPERNE DI PIÙ:

  • D. ACEMOGLU, J.A. ROBINSON (2006) Economic Origins of Dictatorship and Democracy, Cambridge.
  • N. BARR, P. DIAMOND (2008) Reforming Pensions: Principles and policy choices, Oxford.
  • C. BOIX (2003) Democracy and Redistribution, Cambridge.
  • A. CASARICO, P. PROFETA (2010) Donne in attesa. L’Italia delle disparità di genere, Milano.
  • COMUNITÀ EUROPEA (2009) The 2009 Ageing Report, Brussels.
  • G. ESPING-ANDERSEN (1999) Social Foundations of Postindustrial Economies, Oxford.
  • V. GALASSO (2006) The Political Future of Social Security In Aging Societies, Cambridge.
  • ISTAT (2010) Rapporto Annuale, Roma.
  • P. LINDERT (2004) Growing Public: Social spending and economic growth since the eighteen century, Cambridge.
  • F. MAINO (2001) La politica sanitaria, Bologna.
  • C.W. MARTIN, T. PLÜMPER (2003) Democracy, Government Spending, and Economic Growth: A political-economic explanation of the
  • Barro-effect, «Public Choice», 117, pp. 27-50.
  • C.B. MULLIGAN, X. SALA-I-MARTIN, R. GIL (2004) Do Democracies Have Different Public Policies Than Non Democracies?, «Journal of Economic Perspectives», 18, 1, pp. 51-74.
  • P. PROFETA, S. SCABROSETTI (2010) The Political Economy of Taxation: Lessons from developing countries, Cheltenham.
  • R.B. SALTMAN, V. BANKAUSKAITE, K. VRANGBÆK (2007) (eds) Decentralization in Health care, Maidenhead.
  • E. WHITEHOUSE (2007) Pension Panorama, Washington.
  • WORLD BANK (1994) Averting the Old Age Crisis: Policies to protect the old and promote growth, Washington.

Fonte: Treccani.it

INTELLIGENZA ARTIFICIALE, UNA MATERIA POTENZIALMENTE RIVOLUZIONARIA PER IL FUTURO DELL’UMANITA’?

AISi intensifica il dibattito attorno alle potenzialità e anche ai rischi dell’intelligenza artificiale (AI). Alcuni scienziati ed investitori firmano una lettera aperta, compresi il cosmologo Stephen Hawking e l’imprenditore seriale Elon Musk (co-fondatore di PayPal, SpaceX e Tesla Motors). La lettera non vuole alimentare paure millenaristiche, mettendo in luce sia gli effetti negativi sia quelli positivi dell’intelligenza artificiale al fine di approfondire un dibattito scientifico su una materia potenzialmente rivoluzionaria per il futuro dell’umanità. Essi ritengono che l’intelligenza artificiale possa essere potenzialmente più rischiosa del nucleare. I maggiori progressi si registrano nel riconoscimento vocale e di immagini e nei veicoli a guida automatica.

Con la locuzione intelligenza artificiale si intende generalmente l’abilità di un computer di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana.
L’intelligenza artificiale è una disciplina da tempo dibattuta tra scienziati e filosofi, la quale manifesta aspetti sia teorici che pratici oltre che etici. Nel suo aspetto puramente informatico, essa comprende la teoria e le tecniche per lo sviluppo di algoritmi che consentano alle macchine (tipicamente ai calcolatori) di mostrare un’abilità e/o attività intelligente, almeno in domini specifici.
Uno dei problemi principali dell’intelligenza artificiale è quello di dare una definizione formale delle funzioni sintetiche/astratte di ragionamento, meta-ragionamento e apprendimento dell’uomo, per poter poi costruire dei modelli computazionali che le concretizzano e realizzano.

Sempre Elon Musk ha addirittura avvertito gli ingegneri che si occupano di intelligenza artificiale di “stare molto attenti” a non creare robot che potrebbero governare il mondo. Suggerisce piuttosto la necessità di istituire una supervisione di governo “a un livello nazionale e internazionale” sul lavoro degli sviluppatori di intelligenza artificiale, “per essere sicuri di non commettere qualche enorme sciocchezza”.

“Una macchina davvero intelligente”, ha inoltre affermato Hawking, “comincerebbe a gestirsi da sola e si riprogrammerebbe a una velocità sempre maggiore. Gli umani, che sono limitati dalla lenta evoluzione biologica, non potrebbero competere e sarebbero sopraffatti”.

Tali allarmi secondo molti altri scienziati e tecnici appaiono però ingiustificati e sembrano una tardiva replica a un filone già ampiamente sviluppato a livello cinematografico con film quali 2001: Odissea nello spazio, Terminator, Blade Runner Matrix.

In attesa di sapere cosa ci riserva il futuro, già oggi nella Silicon Valley si stima vi siano 150 start-up focalizzate sull’AI.

The Liechtenstein Institute on Self-Determination at Princeton University (LISD)

The Liechtenstein Institute on Self-Determination at Princeton University (LISD) supports teaching, research, and publication about issues related to and emerging from self-determination, especially pertaining to the state, self-governance, sovereignty, security, and diplomacy with particular consideration of socio-cultural, ethnic, and religious issues involving state and non-state actors. The Institute was founded in 2000 through the generosity of H.S.H. Prince Hans Adam II of Liechtenstein, and is directed by Wolfgang Danspeckgruber.

Read more: http://lisd.princeton.edu/

LISD

Secession

First published Fri Feb 7, 2003; substantive revision Fri Apr 5, 2013

venetosi-4Until fairly recently secession has been a neglected topic among philosophers. Two factors may explain why philosophers have now begun to turn their attention to secession. First, in the past two decades there has been a great increase not only in the number of attempted secessions, but also in successful secessions, and philosophers may simply be reacting to this new reality, attempting to make normative sense of it. The reasons for the frequency of attempts to secede are complex, but there are two recent developments that make the prospect of state-breaking more promising: improvement in national security and liberalization of trade. As the fear of forcible annexation diminishes and trade barriers fall, smaller states become feasible, and independent statehood looks more feasible for regions within states. Second, in roughly the same time period, the idea that there is a strong case for some form of self-government for groups presently contained within states has gained ground. Once one begins to take seriously the case for special group rights for minorities—especially if these include rights of self-government—it is difficult to avoid the question of whether some such groups may be entitled to full independence.

1. Philosophical Issues of Secession

Political scientists, sociologists, and political economists attempt to describe and explain the causes and effects of secessionist movements and of states’ reactions to them. Philosophers focus on the moral issues and on clarifying the conceptual framework for thinking about secession. Philosophical work on secession can be divided into three categories: (1) attempts to articulate the conditions under which a group has the moral right to secede; (2) examinations of the compatibility or incompatibility of secession with constitutionalism, (3) attempts to determine what position international law should take regarding secession. Thus far, philosophical theories of secession have not been integrated with two areas of normative theorizing that are directly relevant to them. The first is just war theory. This is surprising, since part of what motivates systematic thinking about secession is a realization that attempts to secede often involve or provoke large-scale violence. The second is theories of territorial justice. This, too, is surprising, because ideally a theory of secession would be situated within a broader normative theory of a range of claims to territory, including, but not limited to claims to sovereign jurisdiction of the sort now associated with statehood.

It is useful to distinguish secession from other ways in which “separation” or “state-breaking” can occur. In what might be called secession in the classic sense, a group in a portion of the territory of a state attempt to create a new state there; secessionists attempt to exit, leaving behind the original state in reduced form. Second, there is irredentist secession, wherein the attempt is not to create a new state, but to merge the seceding territory with a neighboring state. This typically occurs when the majority in the seceding area are of the same ethno-national as that which is predominant in the neighboring state. A third case, exemplified by the dissolution of Czechoslovakia, occurs when there is agreement between the populations or at least the leaders of two regions (which together comprise the whole territory of the state), to split the state into two new states. A fourth case is that of externally-imposed partition of an existing state into two or more new states. In the past partition usually occurred when a deal was struck between two powerful neighboring states at the expense of the state that was partitioned, as with the partitioning of Poland between Nazi Germany and the Soviet Union. At present, externally-imposed partition is more likely to be considered as a last resort for dealing with intractable ethno-national conflict within a state. In what follows, the focus is on secession in the classical sense, but with some attention also to irredentist secession.

1.1 The distinction between a (mere) justification and having a claim-right

Though many who pursue the first project do not make this explicit, they are concerned with the moral justification of unilateral secession or the moral right to secede unilaterally, that is with secession that is undertaken without the consent of the state and without constitutional sanction. A theory of the right to unilateral secession is most urgently needed, not only because unilateral secession occurs more frequently than consensual secession, but also because it is both more controversial and more likely to result in large-scale violence.

Consensual secession is secession that results either from a negotiated agreement between the state and the secessionists (as occurred when Norway seceded from Sweden in 1905) or through constitutional processes (as the Supreme Court of Canada recently envisioned for the secession of Quebec).[1] Constitutionally sanctioned secession is achieved either by the exercise of an explicit constitutional right to secede (which only a few constitutions currently contain) or by constitutional amendment.

Sometimes it is not clear whether a theorist is advancing a theory of the conditions under which secession is morally justified, that is, the conditions under which a group has a moral liberty-right or mere moral permission to secede, or a theory of the conditions under which a group has the claim-right to secede. Talk about “the right to secede” is ambiguous between these alternatives. A claim-right includes not only a liberty-right or mere permission (i.e., that a group is justified in seceding in the sense that if they do so they do not thereby act impermissibly), but also a correlative obligation on the part of others not to interfere with the attempted secession.

The distinction between establishing that a group is morally justified in (unilaterally) seceding (in the sense of having a liberty-right) and establishing that the group has a moral claim-right to secede (unilaterally) is crucial, though rarely explicitly drawn by philosophers writing about secession. Having the liberty-right does not imply having the claim-right: A group might be morally justified in seceding and yet it might not be the case that others (including the state from which the group is seceding) are obligated to refrain from interfering with the group’s attempt to secede. Therefore, an argument that suffices to establish that a group is justified in seceding under such and such conditions may not suffice to establish that the group has a (claim-) right to secede under those conditions. Yet when philosophers attempt to develop a moral theory of secession by appealing to intuitions about hypothetical examples of secession, it is often unclear whether the intuition elicited is about the moral justifiability of the secession (the mere permissibility) or about the existence of a moral claim-right.[2]

1.2 Constitutional theorizing about secession

Some philosophers have distinguished between the question whether and, if so, under what conditions a group has a moral claim-right to secede and the question of whether and, if so, under what conditions a constitution ought to or may include a right to secede. For example, while acknowledging that secession may sometimes be morally justified (where this presumably means the group in question has the claim-right to secede), Cass Sunstein has argued that constitutional recognition of a right to secede is incompatible with the principles of constitutionalism (or at least democratic constitutionalism)[3] (Sunstein, 1991). Sunstein argues that a basic principle of constitutionalism is that political institutions, including the constitution itself, must be designed so as to encourage citizens to engage in the hard work of democratic politics, where this means competing in the public forum on grounds of principle, with a minimum of strategic bargaining. Following Albert O. Hirschman, (Hirschman, 1970) he then contends that if the constitution acknowledges a right to secede then discontent minorities will be tempted to shirk the hard work of principled, democratic politics either by actually seceding when the majoritarian decisions go against their preferences or by using the threat of secession as a strategic bargaining tool as a de facto veto over majority rule. In either case, democracy will be undermined.

However, as argued Buchanan (1991, 132), Sunstein fails even to consider the possibility that a constitution could so hedge the right to secede as to reduce the threat of exit by minorities to acceptable proportions. The analogy here is with the right of constitutional amendment as found in the U.S. Constitution. This right is significantly hedged: two super-majorities, one in the Congress, the other among the States, are required for amendment. Similarly, an appropriately hedged right to secede is not incompatible with the principles of constitutionalism: Well-designed procedural hurdles (super-majorities, waiting periods, etc.) can make secession sufficiently difficult to avoid an unacceptable risk of premature exit or strategic bargaining by minorities, while still making secession possible under appropriate conditions. The current Ethiopian Constitution in fact includes such a hedged right to secede, requiring not only two super-majorities in favor of secession, but also a waiting period. So although appropriate constitutional design regarding secession must cope with the risks that secession will impair democratic processes, constitutional recognition of a right to secede does not appear to be incompatible with constitutionalism.

Wayne Norman goes further, arguing that there are significant advantages to constitutionalizing conflicts over secession.[4] The Supreme Court of Canada recently took the same position, arguing that the potentially disruptive process of secession by Quebec can be subjected to the rule of law by a process of negotiation and constitutional amendment.[5]

There is yet another argument for including a right to secede in a constitution. In some cases, when a new political entity is being created out of two or more independent or semi-autonomous entities, including a right to exit in the constitution of the new entity may be necessary as an inducement to join the new union. Under conditions of uncertainty as to how the new union will work, constitutional recognition of a “bail out” option may be necessary to get the new union going[6](Buchanan 1991, ch. 4).

There is much philosophical work to be done on the question of when and if so how the right to secede might be constitutionalized. It will require both an account of the principles of constitutionalism and of the morality of secession and an empirically-based knowledge of the conditions under which various constitutional arrangements can be reasonably expected to realize the principles of constitutionalism in a manner that is consistent with the morality of secession.

2. Theories of the Right to Secede

In the philosophical literature a distinction is drawn between two theories of the right to secede (understood as a unilateral claim-right): Remedial Right Only Theories and Primary Right Theories.[7] Remedial Right Only Theories analogize the right to secede to the right to revolution, understanding it as a right that a group comes to have only as a result of violations of other rights. On this view secession is justified only as a remedy of last resort for persistent and serious injustices. The right to unilateral secession thus understood is not primary, but rather derivative upon the violation of other, more basic rights; hence the label ‘remedial right only’. Sometimes the term “Just Cause Theories” is used to refer to Remedial Right Only Theories and the term “Choice Theories” to refer to Primary Right Theories.

Different versions of Remedial Right Only Theories specify different lists of the injustices that can ground the remedial right. Consider, for example, a Remedial Right Only Theory that includes among the grounds for the (unilateral) right to secede the following: (a) large-scale and persistent violations of basic human rights, (b) unjust taking of the territory of a legitimate state (where secession is simply the taking back of wrongly taken territory, as with the secession of the Baltic Republics from the Soviet Union in 1991), and (c) in certain cases, the state’s persisting violation of agreements to accord a minority group limited self-government within the state (Buchanan, 2004). A more austere Remedial Right Only Theory would recognize only (a), persistent, large-scale violations of basic human rights (in the most extreme case, genocide or other mass killings) as sufficient to justify unilateral secession.[8]

Primary Right Theories of the unilateral right to secede recognize that a group can have a right to secede on remedial grounds, but they contend that the (unilateral) right to secede can exist even when the group has not been subject to any injustice. This second type of theory thus holds that there is a right to unilateral secession over and above whatever remedial and hence derivative right there may be.

Primary Right Theories are of two types: Ascriptivist (predominantly nationalist) Theories and Plebiscitary (or majoritarian) Theories. The former hold that certain groups whose memberships are defined by what are sometimes called ascriptive characteristics, simply by virtue of being those sorts of groups, have a unilateral (claim-)right to secede. Ascriptive characteristics are those that are ascribed to individuals independently of their choice and include being of the same nation or being a “distinct people.” The most common form of Ascriptivist theory holds that nations as such have a right of self-determination that includes the right to secede in order to have their own state.

Plebiscitary Theories in contrast hold that a unilateral moral claim-right to secede exists if a majority residing in a portion of the state chooses to have their own state there, regardless of whether or not they have any common characteristics, ascriptive or otherwise, other than the desire for independence. They need not be co-nationals or members of a distinct society.

What the two types of Primary Right Theories have in common is that they do not require injustice as a necessary condition for the existence of a unilateral (claim-)right to secede. They are Primary Right Theories because they do not make the unilateral (claim-)right to secede derivative upon the violation of other, more basic rights, as the Remedial Right Only Theories do.[9]

No attempt will be made here to provide a comprehensive comparative evaluation of these rival theories (see Buchanan, 1997). Instead we will only identify only their major strength and weaknesses.

2.1 The right to secede as a right to territory

As Lea Brilmayer has rightly stressed, secession is not simply the formation of a new political association among individuals or the repudiation by a group of persons of their obligation to obey the state’s laws. (Brilmayer, 1991) It is the taking of a part of the territory claimed by an existing state. Accordingly, rival theories of secession must be understood as providing alternative accounts of what it takes for a group to come to have a claim to territory that is at the time included in the territory of an existing state. We discover below that the most serious objections to the two varieties of Primary Right Theories question the cogency of their accounts of exactly what it is that gives a group within this state a claim to a portion of the territory claimed by the state. In contrast, the Remedial Right Only approach appears to provide a more cogent account of the secessionists’ claim to territory.

2.2 Remedial Right Only Theories

This approach to unilateral secession recognizes at least two ways a group can have the requisite valid claim to territory: (a) by reclaiming territory over which they were sovereign but which was unjustly taken from them (as with the Baltic Republics’ secession from the Soviet Union in 1991); or (b) by coming to have a claim to sovereignty over the territory as a result of availing themselves of a last resort remedy against serious and persistent violations of basic human rights. A more expansive reading of (b) would include among the injustices that can ground a unilateral right to secede, not only the violation of basic human rights, but also the state’s major violations of, or unilateral revocation of, intrastate autonomy agreements (as with Milosovic’s destruction of Kosovo’s autonomy in 1989).

With respect to (a), the basis of the secessionists’ claim to territory is straightforward: they are simply reclaiming what was recognized by international law as theirs. With respect to (b) the Remedial Right Only Theory begins with the presumption that existing states that are accorded legitimacy under international law have valid claims to their territories but then argues that such claims can be overridden or extinguished in the face of persistent patterns of serious injustices towards groups within the state. The idea is that the validity of the state’s claim to the territory cannot be sustained when secession is the only remedy that can assure that the fundamental rights of the group will be respected.

Given the tendency for unilateral secession to provoke massive violence, the obvious strength of the Remedial Right Only approach is that it places a significant constraint on unilateral secession—namely, the requirement of a serious and persistent grievance of injustice suffered by the secessionists. To that extent, it captures the intuition that nonconsensual state-breaking, like revolution, is a grave affair requiring a weighty justification. More specifically, this view provides a plausible explanation of how the state can come to lose its entitlement to the territory: it does so by failing to do what gives states a moral claim to control territory in the first place, namely, providing justice for those within its jurisdiction.

Another strength of the Remedial Right Only approach is that it appears to provide the right incentives: States that are just (or at least do not persist in very serious injustices) are immune to legally permitted unilateral secession and entitled to international support in maintaining their territorial integrity. On the other hand, if, as the theory recommends, a unilateral right to secede as a remedy for serious and persistent injustices is acknowledged, this will give states an incentive to act more justly.

Some critics have complained that the Remedial Right Only approach to unilateral secession is disturbingly irrelevant to the concerns of many groups seeking self-determination. They say that in most cases it is nationalism that fuels the quest for self-determination, not grievances of injustice per se. (Moore, 1998) An advocate of the Remedial Right Only view might respond that the latter is only an account of unilateral secession, not a comprehensive theory of self-determination. Thus the Remedial Right Only approach to unilateral secession is compatible with a fairly permissive stance toward intrastate autonomy, including various forms of self-government for national minorities within the state. The point is to uncouple the unilateral (claim-)right to secede from the various legitimate interests that groups—including national minorities—can have in various forms of self-determination short of statehood.

Moreover, the Remedial Right Only approach need not reject claims to independence on the part of nations; it only rejects the much stronger assertion that nations as such have a unilateral right to secede. In many cases the groups that suffer persistent grave injustices are in fact nations, and therefore would be accorded the right to secede by the Remedial Right Only Theory. To that extent it is inaccurate to say that this type of theory ignores the realities of national self-determination movements. But just as important, the Remedial Right Only Theory, when integrated into a comprehensive theory of self-determination that includes a principled account of when intrastate autonomy arrangements warrant international support, will address the concerns of national minorities in cases in which they do not have a unilateral right to secede.

What the Remedial Right Only approach does not do is concede that nations as such—independently of any persisting pattern of grave injustices—have a unilateral right to secede. But it can be argued that this is a virtue of the account, not a defect. It thereby avoids the objection to which Ascriptivist Theories are vulnerable, namely, that they endorse a unilateral right to secede for all nations in a world in which virtually every state contains more than one nation and in which nations are not neatly sorted into discrete regions of the state’s territory, but instead claim the same territories. The point is not simply that the Ascriptivist view is unfeasible; in addition its support for the idea of the ethnically exclusive state is an incitement to ethnic cleansing if not genocide. However, this line of argument can supply an effective reply to the objection that Remedial Right Only Theories neglect the importance of nationalism only if the account of the right to secede they advance is properly situated in a plausible, more comprehensive theory of self-determination.

2.3 Plebiscitary Theories

The appeal of Plebiscitary Theories is that they appear to make the determination of boundaries a matter of choice or, more accurately, of majority rule. To that extent they seek to bask in the popularity of democracy. (Philpott, 1995) Plebiscitary Theories typically add another necessary condition, beyond majority preference (in the region in question) for secession: Both the seceding unit and the remainder state must be able adequately to perform the basic functions that justify or legitimize states in the first place. Call this the State Viability Requirement.

The appeal of Plebiscitary Theories is two-fold. First, they avoid a problem that afflicts the other main type of Primary Right Theory, Ascriptivist Theories, because they do not require either an account of what constitutes a nation or an explanation of why nations have a right to their own state. Second, they are less conservative than Remedial Right Only Theories, allowing a democratic path to the redrawing of state boundaries, and this may be appealing, given the fact, as noted earlier, that existing boundaries may reflect national security needs and the need for large internal markets—considerations that are no longer as important in an era in which interstate wars are quite rare and markets extend across state borders.

However, given what is at stake in secession, it is far from clear that the mere fact that a majority of persons residing in a portion of a state desire independence should be a sufficient reason to give them a unilateral right to secede, in the absence of any grievances. Why should one assume that the mere fact of residence in an area authorizes persons to decide by majority vote not only to change their own citizenship but also to deprive others (the nonsecessionists) of their citizenship and to remove a part of the territory of the state without the consent of the citizens who happen to live outside the area in question?

In short, a serious weakness of existing Plebiscitary Theories, as Brilmayer emphasizes,is that they provide no account of the normative implications of occupancy of territory. The most developed versions of Plebiscitary Theories ground the right to secede in a right of political association, but the right of political association considered in itself tells us nothing about the right to territory. What is needed is an account of why the fact that a group that happens to find itself in a particular region of the state has the right to transform their political association in that particular piece of territory into sovereign jurisdiction over it.

To put the point bluntly, the Plebiscitary Theory seems to fly in the face of the doctrine of popular sovereignty. According to that doctrine, which lies at the core of the liberal-democratic conception of the state, the state’s territory is properly conceived of as the territory of the people as a whole, not just those who at a particular time happen to reside in a portion of it. But if this is so, it is hard to understand how the mere fact that a majority of citizens in a certain portion of the peoples’ territory desire to have that territory become an independent state could confer on them the right unilaterally to appropriate it.

Absent an account of the normative significance of the fact of occupancy, Plebiscitary Theories do not make a convincing case that majority preference plus satisfaction of the State Viability Proviso imply the right to independent statehood. Notice that it will not due for the Plebiscitary Theorist to add the premise that a group that is entitled (by the right to political association) to have its own territory. That would not explain why they have a right to the particular territory they happen to occupy.

In addition, critics of the Plebiscitary view have pointed out that the justifications for democratic governance within given political boundaries do not support the thesis that boundaries may be redrawn simply by majority rule. (Buchanan, 1998a) There are two chief justifications for democratic governance. The first is that democracy is intrinsically valuable from the standpoint of a very basic principle of morality, namely, that all persons are entitled to equal consideration. The core idea is that the basic moral equality of persons requires that they have an equal say in the decisions that determine the basic character of their polity. But it appears that this justification for democracy does not imply that the decision whether to secede should be determined unilaterally by a majority in favor of secession in a portion of the territory of an existing state as opposed to being determined by a majority of all the citizens.

The first justification for democracy tells us that all who are members of a particular polity—all who must live under one system of rules that determine the fundamental character of social life—should have an equal say or should participate as equals in deciding what those rules are to be. But the principle of democratic rule cannot tell us what the boundaries of the polity should be, because in order to implement the democratic rule we must already have fixed the boundaries of the polity. The right to democratic governance is a principle that specifies a relation of equality among members of the same polity, not a right to determine the membership of polities or their territorial boundaries.

The second chief justification for democracy is instrumental: It holds that democratic governance tends to promote important goods, including peace, freedom, and other dimensions of well-being. Once again, the force of the justification depends upon the assumption that what is being justified is a process of decision making for a polity. The claim is that the well-being of all the citizens will be best served if all the citizens are allowed to express their preferences through voting, at least on fundamental matters that affect all. Plainly, this argument cannot support the assertion that only some citizens (those in a particular portion of the polity) ought to be able unilaterally to decide a matter that will affect all citizens of the polity. Hence it cannot support the Plebiscitary Right view of the unilateral right to secede. Because neither of the justifications for democracy supports the Plebiscitary view, the latter is not entailed by the commitment to democracy.

There is one more problem that proponents of the Plebiscitary approach have not addressed, at least not explicitly. A successful secession can create security risks for the remainder state, and it is not clear that this eventually is adequately taken into account in the Plebiscitary Theory’s State Viability Proviso. The issue is clearest in the case of irredentist secession. Suppose that a portion of the territory of a state, S, whose inhabitants are predominantly members of minority ethnic group E1, secede in order to merge that territory with the territory of a neighboring state S1, in which the E1 ethnic group is the majority. Depending on the relationship between S1 and S2—perhaps there is a history of conflicts as is the case with India and Pakistan–the result of the secession may be an intolerable threat to S1’s security. (Perhaps the seceding territory contains natural barriers to invasion from S2 and expensive fortifications). It is at least worth asking whether the interest that the secessionist group have in linking up with their ethnic comrades in S2 is morally weightier than the interest of the majority of the citizens of S1 in national security. (Remember that by hypothesis, the secessionist group has not suffered injustices at the hands of S1). Even if S2 does not invade S1, the new security situation created by the change of borders (and the augmentation of S2s population) may make S1 subject to domination by S2. It is not clear that the Plebiscitary Theory’s state viability criterion provides adequate resources for addressing this problem. It is not that S1 lacks the capacity to perform the legitimizing functions of a state; rather, the problem is that it has become vulnerable as a result of the secession.

Reflections on the security problem lead to a methodological point. The contours of a moral right to secede may depend on what institutional resources exist outside the state for protecting the interests of the secessionists and/or of the people of the remainder state. If international or regional organizations can provide effective guarantees to S1 that if part of its territory secedes and becomes part of a neighboring state it will not face a security risk, then it will be harder for S1 to justify forcibly resisting the session. In contrast, if international security arrangements are weak, then in cases where there is a serious security risk for the state if irredentist secession occurs, the irredentist group’s right to secede looks more doubtful. Similarly, if regional or international organizations can be counted on to provide support for intrastate autonomy arrangements short of full independence, then it may be reasonable to conclude that a group that can significantly benefit from such arrangements does not have the right to secede. In contrast, if a dissatisfied minority group cannot rely on such external resources to protect its interests by securing some meaningful form of self-determination within the state, then it may have a stronger case for seceding. In Section 4 we develop this line of thought further, introducing a distinction between theories of secession that assume that only features of the state and the new state that would be formed from it by secession are relevant to determining the contours of the moral right to secede and theories that recognize that facts about regional and international institutions can be relevant.

2.4 Ascriptivist Theories

This approach to unilateral secession has a long pedigree, reaching back at least to Nineteenth Century nationalists such as Mazzini, who proclaimed that every nation should have its own state. Critics of the Ascriptivist variant of Primary Right Theory argue that it would legitimize virtually unlimited unilateral, forcible border changes because it confers an entitlement to its own state on every nation (or“people” or distinct society). For reasons noted above this appears to be not only unfeasible, but a recipe for increasing ethno-national conflict.

However, those who advocate the Ascriptivist Theory reply that it does not require every nation (or distinct people) to exercise its unilateral right to secede and have conjectured that were their theory generally accepted not every group upon which it confers this entitlement would choose to secede. Nevertheless, given the historical record of ethno-nationalist conflict, the worry remains that institutionalizing the principle that every nation is entitled to its own state would exacerbate ethno-national violence, along with the human rights violations it inevitably entails. Thus the moral costs of incorporating the Ascriptivist version of Primary Right Theory into international law may appear prohibitive—especially if there are less risky ways to accommodate the legitimate interests of nations, such as better compliance with human rights norms and recourse to intrastate autonomy arrangements.

There are variants of Ascriptivist theory that go some distance toward allaying the worry that acceptance of the theory would add fuel to the fires of ethno-national conflict by qualifying the unilateral right of secession for nations (or distinct peoples) in various ways. For example, the Ascriptivist may hold that there is a presumption in favor of each nation or distinct people having a right to its own state if it so desires, or a prima facie unilateral right to secede for all such groups, but the international legal system is justified in requiring some groups to settle for autonomy arrangements short of full independence to avoid dangerous instability or to accommodate similar claims by other groups to the same territory. This way of responding to the worry about adding fuel to ethno-national conflicts comes at a price: What was originally billed as a unilateral right of every nation as such to its own state now looks more like a highly defeasible presumption in favor of independence for nations. And unless a fairly concrete account of the conditions under which the presumption is not defeated is provided, it is hard to know what the practical implications of this qualified Ascriptivist view are. What is needed is an account of how the putative presumption in favor of statehood for nations is to be weighed against competing claims and values. So far, proponents of Ascriptivist Theories have not provided this.

Earlier, we observed that critics of the Ascriptivist version of Primary Right Theory tend to focus on the potential costs in terms of exacerbated ethno-national conflict of incorporating the view into international law. However, it is not enough to note the potential costs of acceptance of the Ascriptivist Theory and its incorporation into international law. It is also necessary to understand the putative benefits of having a system in which the rights of nations to their own states is acknowledged. Accordingly, David Miller has usefully distinguished two ways in which Ascriptivist theories can be supported: by arguments to show that nations need states or by arguments to show that states need to be mono-national. (Miller, 1995)

The first type of argument has two variants: One can argue that nations need to have their own states, either (1) in order to be able to protect themselves from destruction or from forces that threaten their distinctive character, or (2) in order for co-nationals to have the institutional resources to be able to fulfill the special obligations they owe one another as members of an “ethical community,” in Miller’s phrase. Both of these considerations can, under certain circumstances, weigh in favor of some form of political self-determination for nations, but it is not clear that either is sufficient to ground a general right of all nations to full independence and hence a unilateral right to secede. Indeed Miller marshals them in support of a weaker conclusion: that nations have a“strong claim” to self-determination, but does not specify when the claim constitutes a full-fledged right.

The second type of justification for the view that nations are entitled to their own states also has two variants: The first, which dates back at least to John Stuart Mill’s Considerations On Representative Government, (Mill, 1991) asserts that democracy can only flourish in mono-national states, because states in which there is more than one nation will be lacking in the solidarity, trust, or shared sentiments and values that democracy requires. The second, advanced by David Miller, asserts that states need to be mononational in order to achieve distributive justice, because distributive justice requires significant redistribution of wealth among citizens and the better off will only be willing share their wealth with their less fortunate fellow citizens if they see them as co-nationals. (Miller, 1995) Both forms of the “states need to be mononational”argument raise very interesting questions about the motivational conditions necessary if crucial state functions are to be successfully performed.

Mill apparently based his judgment that multination states are incompatible with democracy on historical experience. However, some would argue that there are cases of multinational democratic states: Canada, Belgium, and perhaps Switzerland (depending upon whether one regards the latter as multinational or merely multi-ethnic). One might also add the U.S., since most Indian tribes have a legal status that approaches sovereignty.

Of course modern proponents of Mill’s argument would be quick to point out that the continued existence of Belgium and Canada are in doubt due to nationalist secession movements. (However, at present the secession of Quebec seems very unlikely.) On the other hand, it could be argued that Mill’s generalization is prematurely pessimistic: genuine democracies are a very recent phenomenon and until even more recently there have been almost no serious attempts, even on the part of democratic states, to recognize the claims of nations within states, through various forms of autonomy arrangements.[10] So as a justification for acknowledging a right to independent statehood for all nations, with the risk of instability and violence this might entail, Mill’s pessimism about multinational democracies may seem to some to be premature. The most reasonable strategy would seem to be to do more to ensure that states respect the human rights of their minorities and to encourage intrastate autonomy agreements rather than giving up on the idea of multinational states.

The second version of the “states need to be mono-national” argument also faces serious objections. First, whether or not nationalism will facilitate or instead block large-scale redistribution of wealth will depend upon the character of the nationalism in question. Nationalist solidarity may not extend to willingness to redistribute wealth. As socialists from Marx onward have observed, the privileged minority has often been quite adept at appealing to nationalism to counteract the redistributive impulse. Second, even in cases where nationalist sentiment facilitates redistribution, one must ask: what else does it facilitate? Miller appears to argue from the fact that a morally pristine, highly idealized nationalism would facilitate distributive justice (or democracy) to the conclusion that nations as such are entitled to their own states or at least to a presumption thereof. But there are many historical instances in which the national unity that Miller assumes will be harnessed for the pursuit of distributive justice has been ferociously directed toward conquest and against non-nationals and dissenting members of the nation itself.

The foregoing comparative evaluation of the main types of theories of the unilateral (claim-)right to secede suggests that the Remedial Right Only approach is superior. However, at present it is fair to say that none of the rival types of theories is sufficiently worked out for a definitive comparative evaluation to be possible. For each type of theory there are unanswered questions and potential objections. For example, Remedial Right Only Theories that include unjust annexations of territory among the injustices that ground a unilateral (claim-)right to secede must provide a satisfactory solution to what has elsewhere been called the moral statute of limitations problem (Buchanan 1991, 88): how durable are claims to independence based on past unjust takings—how far back in history may a group go in making the case that they are entitled to their own state because they previously had one?

More importantly, a Remedial Right Only Theory of the unilateral right to secede will only be defensible in the end if it rests upon a plausible account of what entitles a state to control over a territory in the first place. Without such an account the Remedial Right Only view appears arbitrarily to privilege the status quo by requiring secessionists to bear the burden of showing that they have suffered serious and persistent injustices in order to establish their claim to territory. To answer this objection, the Remedial Right Only theorist would have to provide a justice-based theory of legitimacy, arguing that what grounds the state’s claim to territory is its provision of justice, and that it is for this reason that only serious injustices can void that claim.[11]

All three types of theories must address satisfactorily what may be called the problem of authentic voice. For Ascriptivist and Remedial Right Only Theories this means providing a reasoned answer to the question “what counts as an authentic decision to attempt to secede?” (Is there some nonarbitrary way of specifying what sort of majority is required in favor of secession before it can be said that the group in question has chosen to exercise its right to secede?). Similarly, Plebiscitary Right theorists must provide a principled account of how large a majority in favor of secession must exist, before it can be said that the right to secede exists.

In addition, all three types of theories must articulate a plausible account of the rights of those within the seceding territory who oppose secession. For example, are there circumstances in which the anti-secessionists should be granted dual citizenship, so that they can preserve their citizenship in the state from which the secession is occurring? Are there circumstances in which they deserve compensation for losses they incur when a new state, perhaps with different property laws, is created?

Finally, as suggested earlier, the implications of each type of theory for international law regarding secession should be explained. In the next section, we explore briefly the relationship between views about the moral (claim-)right to unilateral secession and the question of what position international law should take on unilateral secession.

2.5 Situating theories of secession within theories of Territorial Justice

The discussion thus far indicates that all three types of theories suffer a serious incompleteness: They do not situate their position on secession within the context of a comprehensive theory of territorial justice. A theory of territorial justice would provide a coherent account of valid moral claims to territory of various types, from claims to full sovereign jurisdiction, to claims to the more limited jurisdictional control needed for various forms of intrastate autonomy (modes of self-determination short of full independence), to claims to participation in various forms of joint jurisdiction, to claims to permanent occupancy. Ascriptivist theories need such a theory in order to explain why nations (as opposed to other types of groups) have the most robust claim to territory, the jurisdiction over territory that constitutes sovereignty. Plebiscitary Theories, as we have already seen, need such a theory to explain why the fact that a group is a majority in a particular territory gives it a claim to sovereignty over that territory—and why the fact that those residing in the same territory who do not support secession have no special claim to that territory, not even one that falls short of the claim the majority has. Remedial Right Only Theories need an account of what forms of control over territory, short of full sovereignty, are appropriate for which groups, given the nature of the injustices they have suffered at the hands of the state. All existing theories of secession include accounts of what gives a group a claim to sovereignty over territory, but to make these accounts fully plausible, they also need to explain what grounds less robust claims to territory, and that requires integrating a theory of secession into a comprehensive theory of territorial justice. The first efforts at developing systematic views on territorial justice have appeared only recently, and their significance for philosophical controversies about the right to secede is not yet clear.(Kolers 2009, Meisels 2009 and Nine 2012)

2.6. Narrowly versus Widely Institutional Theories

There is another way of sorting theories of secession that is also illuminating. As noted in subsection 2.3, some theories assume that only facts about the institutional resources of the remainder state and the new state created by secession are relevant to determining the contours of the moral right to secede and others recognize that facts about other institutions, whether regional or international can be relevant. The Plebiscitary Theory developed by Altman and Wellman, is an instance of the former type of theory; Buchanan’s Remedial Right Only theory is an instance of the latter.

According to Altman and Wellman, whether a group has the right to secede depends only on its preference for independent statehood and on whether the new state it creates and the remainder state will be able adequately to perform the basic functions of government. On this view, the effects this group seceding or of other parties agreeing that it has the right to secede on future secessionist attempts or on the well-functioning of the international order are completely irrelevant to determining whether this group has the right to secede. In effect, this theory treats secession as strictly a two-party affair, so far as the interest relevant to determining whether a group has the right to secede is concerned. Buchanan’s theory, in contrast, recognizes that other parties can have legitimate interests that are relevant to determining what the rights of the primary parties are.

Altman and Wellman might reply that their State Viability Proviso does take the interests of third parties into account. More specifically, the fulfillment of the Proviso serves the interests of third parties in having viable states and in the provision of justice that comes with the discharging of basic state functions.

The problem with this reply is that, while acknowledging that third-party interests can be relevant to determining whether a group has the right to secede, it offers no reason as to why legitimate third-party interests should be thus restricted. Why are not the interests that other states and their populations have in a stable order of states and in avoiding security crises of the sort that irredentist secessions can create (as sketched above) also relevant to determining the contours of the right to secede? After all, whether a group has the (claim-)right to secede depends on whether other parties have sufficient reason to refraining from trying to prevent the secession and that in turn can depend on whether the secession is likely to have a negative impact on various legitimate interests, including, but not limited to the interest in the remainder state and the new state being viable.

Suppose that a group within a legitimate, reasonably just state, is a majority in a portion of the state’s territory and prefers to have its own state. Whether they have the right to secede depends on whether there are sufficient reasons for other states to refrain from interfering with their attempt at secession (because the right in question is a claim-right). But whether other states ought to refrain from interfering with a secession or not interfere with the state’s attempt to prevent a secession can depend on whether behaving in this way is likely to help establish a new norm of customary international law that permits territorially-concentrated majorities unilaterally to form their own states without interference. In the absence of impartial institutions to determine when the conditions for justified secession according to the Plebiscitary Theory are met, such a new, much more permissive norm of customary international law would be dangerous—it would encourage secessions that do not meet the Plebiscitary Theories own criteria. So, as in the case of irredentist secessions noted above, it appears that in these circumstances as well, whether other states ought to interfere with an attempted secession, and hence whether a group has the right to secede, can depend on factors other than those the Plebiscitary Theory allows to count.

If, as we have suggested, a range of legitimate interests is relevant to determining the nature of the moral right to secede and if the extent that these interests are impacted by secession depends on the existing institutional resources, including not just those of the remainder state and the new state, but also those of regional and international organizations, then it follows that a theory of the moral right to secede must take into account existing institutional realities at all levels. And if that is so, then contrary to what theorists like Altman and Wellman assume, probing our moral intuitions about quite different phenomena in which the institutional context is quite different will not be a reliable guide to understanding the nature of the moral right to secede. For example, analogizing the decision of a minority group to break away and form their own state to the decision of two individuals to marry will not be very illuminating, because the supposed analogy omits any reference to the relevant institutional facts.

3. Secession and Just War Theory

A more serious lacuna in the philosophical literature on secession than the failure to integrate it into a comprehensive theory of territorial justice is the absence of a connection with just war theory. In real-world conflicts in which a group asserts the right to secede and the state denies the validity of the claim, either one or both of the parties often resorts to force. But merely establishing that a group has the right to secede does not settle whether it is justified in using force to achieve its goal of independent statehood. (In general, merely having a right to X does not entail being justified in using force to secure X). Similarly, if the group does not have the right to secede, it may still not be justifiable for the state to use force to prevent it from seceding. Remarkably, philosophical theories of secession have not distinguished between having the right to secede and being justified in using force to exercise the right. Nor have they discussed the conditions under which states have the right to use force to resist secessions when the secessionists have no moral right to secede. This is especially surprising, given the resurgence of philosophical theorizing about just war.

The key point here is that mainstream just war theory does not endorse the assertion that the violation of any right can justify force nor the assertion that force is justified if it is required for the successful exercise of any right. Instead, the dominant view is that the list of just causes (legitimate ends to be served by going to war) is more constrained than that and should reflect the conviction that the use of force is only justified if it is required to remedy very serious injustices or for the exercise of very important rights.

It is far from obvious how just war theory and the theory of secession should be connected. It appears, however, the use of force by secessionists would be more problematic on some theories of secession than on others. Suppose, for example, that a majority of the people in a portion of a legitimate state’s territory decide that they want their own state there, in spite of the fact that they are not victims of any injustices at the hands of the state. On the Plebiscitary Theory, they have the right to secede (so long as the new unit and the remainder state will be able adequately to perform the basic functions of government). If the state refuses to vacate its facilities in that region, turn over control over that portion of the border to the secessionists, etc., is it justifiable for the secessionists to use force against the agents of the state? Does the mere preference for their own state justify engaging in a course of action that is likely to result in large-scale violence? The problem here is that the purpose the secessionists can invoke to justify a course of action seems not to fit well with the usual understandings of just cause. In contrast, remedial Right Only Theories would seem to be consistent, at least in principle, with mainstream just war theory, because the latter recognizes redress of serious injustices (and not the mere desire to have one’s own political unit) as a just cause. Nonetheless, a fully-developed Remedial Right Only Theory would have to provide an account of when injustices are sufficiently serious to warrant secession under conditions in which there is a significant risk of large-scale violence. Regardless of which type of theory one embraces, one would also need an account of the conditions under which the state would be justified in using force to block secession. For as we have already noted, the mere fact that the group attempting to secede does not have a right to secede does not imply that it is justifiable for the state to use force to prevent them from seceding. A moral theory of secession should not be limited, then, to articulating and defending characterization of the moral right to secede. It should also provide an account of the morality of using force in conflicts over secession and one that is consistent with its view of the right to secede.

4. Secession and the Philosophy of International Law

There is yet another desideratum for a theory of secession: As suggested earlier, the implications of each type of theory for international law regarding secession should be explained. In the next section, we explore briefly the relationship between views about the moral (claim-)right to unilateral secession and the question of what position international law should take on unilateral secession.

The deficiencies of existing international law regarding secession motivate the project of developing principled proposals for reform. At present international law recognizes only a very narrow set of circumstances under which the unilateral right to secede exists as an international legal right, namely, when a group is subject to colonial domination. The difficulty with this conception of the international legal right to unilateral secession is that, while clearly embodying the idea that serious and persistent injustices can generate a right to unilateral secession, it arbitrarily restricts the injustices that generate the right to the special case of classical colonialism, where a metropolitan power dominates a racially and/or ethnically distinct group in an overseas colony. Another difficulty is that while international legal practice has confined the unilateral right to secede to the so-called “saltwater decolonization” case, several important international legal documents include reference to an apparently much broader “right of self-determination of all peoples” which is said to include the right to choose full independence, and hence the right to secede.[12] One way to conceive of the chief task for a moral theory of international law regarding secession is that it must provide a reasoned basis for removing the arbitrary restriction from which the current law suffers, while avoiding the dangerously expansive notion that all “peoples” are entitled to their own states, in a world in which virtually every existing state includes more than one“people,” in which several “peoples” claim the same territory, and in which there are no international institutional principles or mechanisms for sorting out these conflicting claims.

An important choice for the moral theorist of international law regarding secession regards the scope of the right itself. On one view, international law should simply acknowledge, under certain conditions to be specified by the theory, a group’s right to its own state; on the other view, international law should distinguish between (a) the conditions under which a group should be accorded the right to repudiate the jurisdiction of the state over a portion of the state’s territory and to attempt to establish its own control there and (b) the conditions under which international law should recognize the secessionist entity as a legitimate state, with all the rights, immunities, privileges, and obligations this entails.

The difference between these two options can be appreciated if we take the example of a Remedial Right Only approach to proposals for reforming international law regarding secession. For simplicity, suppose that the Remedial Right Only theory under consideration recognizes only large-scale and persistent violations of basic human rights as grounding the unilateral right to secede, and suppose that group G has suffered such violations. On the first view, the proposal is that international law should simply acknowledge that G has the right to its own legitimate state if forming a new state is the remedy of last resort for large-scale, persistent violations of the basic human rights of members of G, where this means that other states should recognize the new entity as having all the rights, privileges, immunities, powers, and obligations this status entails. On the second view, there are two distinct questions the international law of secession should address: First, has G suffered large-scale and persistent violations of basic human rights and second, does G satisfy the conditions for recognitional legitimacy, for being recognized as a legitimate state? The second view would maintain that although the group’s having suffered large-scale and persistent violations of basic human rights is sufficient for acknowledging its right to repudiate the state’s jurisdiction and attempt to set up its own state, something more is required before international law should recognize the new entity as a legitimate state; in particular, the new state should provide credible assurances that it will respect the rights of minorities within its territory.

Making recognition of legitimate statehood dependent in this way upon satisfying basic requirements of justice obviously coheres with the Remedial Right Only theory’s approach to secession, which involves rewarding states that respect rights. But there is much to be said for distinguishing, regardless of which theory of the right to secede is adopted, between the right to secede (understood as the right to repudiate the state’s authority over a portion of its territory and to attempt to set up a new state there) and the right to recognition as a legitimate state. New entities created through secession typically are keen to receive recognition of their legitimacy because of the benefits this confers, including access to favorable trade regimes, loans and credits from international agencies such as the World Bank and International Monetary Fund, and the ability to participate as an equal with other states in the making of international law. Distinguishing between whether a group has the right to secede (to repudiate the state’s jurisdiction and attempt to establish its own state) and whether it has the right to recognition as a legitimate state enables the international legal system to impose normative conditions on recognition in circumstances in which new states have strong incentives to satisfy them.

A fully-developed philosophical theory of what the international law of secession ought to be would be quite ambitious and complex. It would have to include not only an account of the connection between the right to secede and the right to recognition, but also a theory of justified intervention in support of or against secession that would cohere with a more general position on the legitimate use of force across borders.

5. Conclusion

Philosophical work on secession falls into three main categories: (1) attempts to develop an account of the moral right to secede (understood either as a claim-right or as a mere liberty), (2) investigations of the compatibility or incompatibility of secession with constitutionalism, and (3) attempts to determine what posture international law should adopt concerning secession. In each of these areas of inquiry, as well as in the connections among them, exploration of the moral issues of secession provides a powerful lens through which to examine some of the most important issues of moral-political theory, including perhaps the most fundamental issue of all: what gives a state a valid claim to its territory?

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Author and Citations:

Buchanan, Allen, “Secession”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Summer 2013 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = <http://plato.stanford.edu/archives/sum2013/entries/secession/>.

 

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