La Lega scoppia in Veneto per le sue contraddizioni interne alla vigilia della marcia su Roma

Emerge in Veneto lo scontro tutto interno alla lega tra i due amministratori veneti più importanti e di maggiore esperienza di governo, l’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi e il governatore uscente Luca Zaia.
La questione rivela tutta la contraddizione di un movimento territoriale che oggi chiede ai suoi militanti di ricompattarsi sabato prossimo con una riedizione dell’infausta marcia di Roma. È la prima volta di una manifestazione nazionale nella odiata Roma, che una volta veniva definita ladrona dal movimento nordista, che salì agli onori delle cronache per la prima in Veneto nei primi anni ‘80. Fu clamorosa appunto la prima vittoria della Łiga Veneta nelle elezioni politiche del 1983 dove ottenne un sorprendente 13%.

SCH_043Oggi quel mondo non esiste più assieme a tutto l’armamentario ideologico di difesa delle categorie economiche lombarde e venete, nel momento in cui la lega cerca di trasformarsi da partito di difesa di interessi regionali a partito nazionalista italiano, sbarcando al sud, seppure con un marchio diverso, costruito tutto attorno al nome del segretario milanese Salvini che ha imposto la nuova linea lepenista (e fortemente contraria all’indipendenza del Veneto).

Come si fa, si chiedono in molti, a coniugare insieme una politica di estrema destra nazionalista, con la tradizionale base elettorale, più vicina al tema dell’indipendenza? E come si fa a dare garanzie di governabilità al ceto moderato, che vede di malumore gli estremismi che rischiano di condannare la lega a semplice ingombrante congelatore di voti destinati all’opposizione?

Le ragioni più profonde della imminente e ormai probabile scissione tra Tosi e Salvini, con sacrificio di Zaia, sono proprio da ricercare in tale contraddizione politica, sempre più evidente.

tosi-zaiaIl sindaco di Verona ha costruito tutta la sua carriera di amministratore attorno al paradigma della capacità di governo. È chiaro ed evidente che non può sottostare ai diktat populistici di chi invece non si comprende bene cosa voglia fare, al di là del casino mediatico fine a sé stesso. A rimetterci è Zaia, che a sua volta incarnava una linea di puro amministratore e non di politico, ma che ora rischia la sconfitta proprio per essersi alleato a quanto di meno vicino ci sia al concetto di capacità di governo. Salvini rappresenta infatti i no-global di destra della politica, qualcosa che solo a guardarlo fa allontanare la maggioranza silenziosa per istinto autoriflesso. Le sue felpe sono incompatibili con la governabilità e qualsiasi cosa che sia solo minimamente istituzionale.

La contraddizione leghista tra l’altro apre il fianco del governatore uscente alla concorrenza di chi porta avanti una linea coerente per l’indipendenza del Veneto. Pochi ricordano che poco più di un anno fa successe qualcosa di simile. Fu allora sempre Flavio Tosi a far emergere la volontà di indipendenza del Veneto, facendo approvare dal consiglio comunale di Verona un ordine del giorno a favore dell’indizione del referendum di indipendenza del Veneto, mentre in regione Veneto la questione veniva sepolta in commissione.

Poche settimane dopo fu lo tsunami del referendum digitale per l’indipendenza del Veneto a travolgere tutto e tutti.

Anche quest’anno si stanno ripresentando condizioni simili, in forma più drammatica per una lega che pare aver oltrepassato il punto di non ritorno verso una spaccatura letale, nella Terra in cui è nata e in cui aveva costruito il proprio successo.

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